Fantasie e misteri, con un cupo sottofondo
malinconico e gotico, sono gli ingredienti di questo
strano e interessante film. Il regista, Enki Bilal,
è anche autore del fumetto dal quale è
tratta la storia.
Siamo nel 2095, la società si è evoluta
(o involuta, dipende dai punti di vista). New York
è cresciuta in altezza e in popolazione, la
luce del sole è offuscata da un perenne strato
di smog. La terra è abitata da esseri umani
e mutanti, sorta di incroci tra terrestri ed extraterrestri,
che hanno molto di umano ma manifestano degli strani
caratteri somatici. La società sembra essere
aperta (o indifferente?) a qualsiasi forma di diversità,
tanto che i mutanti sono perfettamente integrati.
E la misteriosa comparsa di una piramide svolazzante
sopra la città non desta troppa curiosità.
E’ una città frenetica ma addormentata,
quella descritta da Bilal, che vive nelle piccole
e irrequiete attività quotidiane ma che non
sa vedere in alto e al di fuori di sé. Il crimine
è perseguito con tenacità dalle forze
dell’ordine, che però hanno grossi problemi
a controllare le multinazionali dell’ingegneria
genetica, che si sono impadronite anche dei corpi
dei criminali, carcerati e ibernati.
La città, implosa in se stessa, deforme, cupa
e difficile, è descritta tramite un uso volutamente
“imperfetto” della computer grafica -
a tratti ingombrante ed eccessivamente presente, soprattutto
nella rappresentazione di caratteri, che avrebbero
reso meglio se interpretati da attori in carne ed
ossa. L’estetica del film – condito di
immagini a tratti sporche e a tratti gotico-new age
– insegue quella dei fumetti di Bilal, ma ricorda
anche le ambientazioni di alcuni video musicali.
In questo scenario si muovono i protagonisti, spaesati,
senza storia, per varie ragioni in cerca di una loro
identità. Nessuno di loro è certo del
proprio passato e di quale sarà il suo destino.
Nessuno di loro è immortale. Persino il dio
Horus, uscito dalla piramide, rischia di perdere la
propria immortalità se non riuscirà
a riprodursi sulla terra. Al contrario, Nikopol, eroe
della rivoluzione (tema inspiegabilmente solo accennato),
a suo modo è immortale (il suo mito è
sopravvissuto durante i suoi svariati anni di ibernazione
forzata), ma sembra essere completamente disinteressato
al proprio passato e alle aspettative del popolo nei
suoi confronti.
Divertente il distacco ironico tra uomini e dei,
questi ultimi impegnati a giocare a carte nell’attesa
che Horus compia la sua missione, quasi come se l’uomo
si fosse impadronito del suo destino e gli dei non
avessero altri compiti che preservare la propria immortalità.
Molte situazioni si intrecciano ma una serie di idee,
anche buone, sono soltanto accennate (la rivoluzione,
l’origine della zona glaciale impenetrabile,
la natura della protagonista femminile, il rapporto
tra dei ed uomini, per dirne qualcuna) . Forse Bilal
non vuole rendere manifesti tutti i temi e le motivazioni:
vuole invece creare un’atmosfera che li faccia
solo intuire. Questa tecnica, molto usata dai fumettisti
(uno fra tutti Moebius), è un ottimo espediente
per ambientare e costruire una storia o una situazione
complessa quando si hanno a disposizione poche tavole.
Sarà, ma il cinema non ha di questi problemi
e il risultato di questa commistione di generi è
che in alcuni momenti si rimane a bocca asciutta e
le ragioni che muovono i personaggi non sono totalmente
chiarite.
Chissà, magari leggendo i fumetti si potrebbe
andare al cinema più preparati e comprendere
meglio il senso della storia... |