Tarantino può fare girare talmente
bene un film che è un attimo perdonargli eccessi
e narcisismo. Del resto senza di questi - e senza
molte altre cose - difficilmente sarebbe quello che
è oggi, ovvero la star dei registi. Quando
parla di "Kill Bill" come della sua trilogia
del dollaro (il suo equivalente della trilogia di
Sergio Leone), si capisce come QT abbia trovato in
questo colossale cortocircuito di culture filmiche
(americana e asiatica innanzitutto; poi europea con
una buona fetta di Italia, per giunta), generi (cappa
e spada, western, arti marziali), tecniche e materiali
più vari (dal bianco e nero all'animazione)
- puro immaginario di celluloide fatto di migliaia
di altri pezzi di celluloide (per capirne tutti gli
incroci e rimandi ci vorrebbe forse l'intera videoteca
di Quentin) - il suo giocattolo preferito. Con cui
giocherà ancora; anche quando ne avrà
trovato uno nuovo con cui divertirsi e divertire chi
guarda e si emoziona, chi guarda e basta, chi guarda
e se la ride, chi guarda e spacca il capello in quattro
con l'enciclopedia delle citazioni. Nel listino della
sua mente c'è già un terzo, forse un
quarto, volume.
La visuale di Tarantino è quella che si aspetta:
cinefilia pluricitazionista còlta, e cólta,
in senso alto e basso, con una manipolazione personale
d'autore di più generi-filiazioni di vari universi,
secondo una mitologia altrettanto cinefila, altrettanto
citazionista, altrettanto personale. E tutta sua.
La prima mozione di entusiasmo è per i due
capitoli che iniziano questo volume 2: "Massacro
ai Due Pini" e "La tomba solitaria di Paula
Schultz". Il primo è un cerchio perfetto,
anche se la chiusura sembra falsamente simmetrica
(la macchina da presa scarrozza all'indietro e sale
verso l'alto ma non torna su allo stesso punto da
cui è scesa sulla cappella nuziale. Se non
mi sbaglio, c'è sicuramente un motivo). Al
centro si situa l'apparizione incarnata di Bill/David
Carradine e il lungo dialogo tra lui e La Sposa/Uma
Thurman che pregusta il duello finale; ed è
invero più spaghetti western questo confronto
- dove il non detto è di gran lunga più
commovente di quanto i due si dicano - del loro duello
vero e conclusivo (per come l'incontro sia qui leonescamente
ripreso: l'avanzare dei due l'uno verso l'altro dato
dai dettagli dei loro piedi che si muovono, i tempi
epici in cui ci si sofferma sui loro volti, la musica
morriconiana-mariachi a tutto volume). Tarantino si
supera anche nell'interramento prematuro con susseguente
risalita (vendicatrice) di Beatrix Kiddo (e finalmente
sappiamo come si chiama la Sposa); qui è usato
benissimo il sonoro, trattandosi di una sequenza con
larghi tratti di buio totale, tagliata poi un due
parti dal flashback sull'addestramento della killer
ad opera del maestro cinese Pai Mei. Altra non morte
e altro ritorno - ai quali un Budd qualsiasi, interpretato
da un Michael Madsen bravo e sornione, costringe la
nostra eroina - che sono una ennesima metafora del
percorso di senso di tutto il film: da una morte apparente
(il coma, i sedativi, la sepoltura) B. giungerà
al raggiungimento immancabile del suo proposito. La
vendetta, di cui Beatrix è portatrice simbolica
e assoluta, teoreticamente indistruttibile finché
questa non sia compiuta.
Continuo a rivedere questo trancio di volume 2. Se
mi immagino regista, non avrei cambiato una inquadratura.
Di morale non parliamo, è un mondo tutto pellicola,
fumetto, clip, questo di Kill Bill; di etica della
messa in scena, sì. Montaggio classico/moderno
con tocchi autoriali (se ne occupa la fida Sally Menke).
La musica, commento riflessivo nell'epico afflato
romantico/western oppure ritmica, di azione. Tutto
su un piano di meta-cinema; l'opera si riflette come
un labirinto di specchi. Specchi che poi i personaggi
rompono nei loro duelli all'ultimo sangue, riducendo
il tutto a una serie di frammenti smontati di cultura
pop e postmoderna. Come la sceneggiatura.
Peccato che il terzo dei quattro grandi momenti in
cui si divide il film, dedicato a Elle Driver, sia
il più debole. Mi sembra che ci sia un errore,
anche se non dirò ne dove, né quando.
Suspense. Confesso invece di aver pensato per tutta
la scena a dove si trovasse il serpente dopo la sua
comparsa improvvisa a spese di Budd/Michael Madsen,
l'unico a non essere stato punito direttamente da
Beatrix/Uma ma dal suo strisciante tramite (Black
Mamba, portato da Elle; Black Mamba era il soprannome
d'arte alla Sposa. Un transfert?). Un esempio alla
Hitchcock di differenza tra sorpresa e supsense: da
spettatore, mi prende un colpo quando il mamba salta
fuori all'improvviso, e durante tutto il resto della
sequenza so che il serpente e lì e potrebbe
mordere da un momento all'altro. Temo per l'eroina,
temo soprattutto per cosa potrebbe inventarsi Tarantino
come rimedio se il serpente la pizzicasse (quando
già il "sale grosso" in pieno petto
non sembra aver lasciato traccia alcuna, svanito per
magia. Sarà zen?). Ma neanche la vita di Elle
cesserebbe per mano di Beatrix Kiddo; conciata com'è
(se non avete visto il film, non ve lo dico), la Nostra
cowgirl la può lasciare a se stessa, sola.
Ci penserà il suo sostituto; e il serpe portato
dalla sua rivale, del resto, non ha morso lei. Non
morde un suo simile né la sua sorellina. Giusto?
Con un'altra analogia grandissima, Beatrix spezzerà
di nuovo il cuore del suo amato (e odiato) Bill. Le
sequenze finali sono il coronamento delle cose migliori
del quarto film di Quentin Tarantino. Gli attori sono
stati in larga parte straordinari e lo schermo è
giustamente rivendicato dai migliori, Uma Thurman
e David Carradine, anche perché gli altri sono
stati tolti di mezzo e c'è solo una nuova presenza,
annunciata a voce nel volume primo, tra loro e il
doppio destino che li attende. In un discorso in cui
si intrecciano filosofia e mitologie, azione e sentimento.
"Kill Bill Vol. 2" segue un già importante
Volume 1 e direi che lo supera, anche se la questione
non si pone in modo fondamentale. Non possono essere
uno contro l'altro, anche se vi sono differenze. È
un film unico, alla fine.
Mi ha colpito la colonna sonora allestita da Robert
Rodriguez (per scommessa e per solo un dollaro), con
i contributi originali di RZA del Wu-Tang Clan. L'uso
di canzoni preesistenti è stato esemplare in
tutta la saga, a partire da Bang Bang di Nancy Sinatra.
Uso della canzoni preesistente magistrale, per quanto
riguarda "Bang Bang" di Nancy Sinatra. Peccato
solo per quella, pessima, degli Shivaree, che si poteva
tranquillamente evitare. Film fatto su altri film
(perfino nelle battute: Beatrix Kiddo viene, appunto,
apostrofata come "cowgirl", in riferimento
a un altro celebre ruolo di Uma Thurman. Tarantino
ha visto Godard), anche di Tarantino stesso (ho sentito
notare alla radio le corrispondenze con "Pulp
Fiction", al tempo della cui realizzazione nacque
anche l'idea del soggetto di "Kill Bill"
tra Quentin e la Thurman), e quindi musica su altre
musiche di repertorio: repertorio di genere, repertorio
di Tarantino. David Carradine/Bill cita persino la
sua canzone preferita degli anni '70. Già,
ma il conduttore radiofonico di Le Iene, il DJ di
Supersound anni '70, non era un certo K Billy? Un
caso?
Tarantino può scrivere e girare talmente bene
che uno gli perdona l'essere pieno di referenti e
pure autoreferenziale; tanto bene che pure ripetendosi,
è in grado di rendere persino il supremo cliché
come nuovo, come ... vergine. E dopo l'ermeneutica
di Madonna, eccolo propinarci la filosofia mitologica
di Superman. Cosa si inventerà la prossima
volta?
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