Chi ha apprezzato il misto di dolore
e gioia che di continuo si prova gustando il capolavoro
di Almodovar “Tutto su mia madre” di certo
rimarrà deluso da questo nuovo film.
Almodovar qui è alle prese con i soliti personaggi
che mordono intensamente la vita e toccano ogni estremo
(si va dalla transessualità alla droga, alla
pedofilia). Ma se in “Tutto su mia madre”
ogni gesto, ogni personaggio era sentitamente presente,
qui sembra ci sia solo un caos senza ordine.
La storia non è sentita, i personaggi solo
minimamente abbozzati. Una confusione sistematica
distoglie i nostri sentimenti da ogni possibile sbocco
di questa vicenda. E si rimane frequentemente a bocca
asciutta. Sembra quasi di assistere a continui tentativi
di scrivere una storia, poi gettati nel cassetto.
Il collage di tutte queste microstorie è un
nonsense a cui Almodovar cerca di dare una direzione
e un taglio da autore, anche attraverso l’uso
di musiche raffinatissime, sapienti inquadrature e
colori stupefacenti. Ma se non ci sono veri personaggi
e concrete storie da raccontare il marchingegno non
funziona più. Già in “Parla con
lei” si era visto qualche piccolo cedimento
quando con artifici di sceneggiatura si cercava di
dare profondità ai personaggi creando in alcuni
momenti solo un certo imbarazzo (ricordate il motivo
per cui il protagonista piange alla vista di un serpente?
momento insipido e francamente imbarazzante). Sembra
infatti, ora più di allora, di assistere ad
un goffo tentativo di mascherare da melodramma una
storia male articolata.
Sinceramente sono veramente pochi i momenti coinvolgenti.
Per la maggior parte del tempo assistiamo ai goffi
movimenti dell’aspirante attore che sfrutta
il materiale scritto dal fratello defunto per farsi
avanti, e il giovane regista che si innamora di un
uomo che vive solo nella sua mente come idea della
persona che egli aveva conosciuto anni prima. Ma niente,
dico niente, dà un serio pretesto per piangere,
ridere, sorridere, coinvolgere in qualche modo. Niente.
Solo una noia lunga due ore. I tocchi alla Almodovar
(immancabili le drag queen che imitano star degli
anni ’60) non bastano più.
In fine gli attori: sembrano dei personaggi in cerca
di autore. Dimenticatevi il Gael Garcia Bernal di
“Y tu mama tambien” o dei “Diari
della Motocicletta”: qui sta solo cercando di
essere più almodovariano possibile (e a tratti
cerca di copiare il Miguel Bosé di “Tacchi
a spillo”).
L’unico attore che ci offre una interpretazione
intensa ed onesta è Daniel Gimenez Cacho, già
visto a Venezia in “Perdere è questione
di metodo” di Cabrera, che qui interpreta Padre
Manolo, un prete diviso tra l’amore per un ragazzino
e i suoi strazianti sensi di colpa.
Un’ultima nota: a me pare, ma questa è
una mia personalissima opinione, che Almodovar stia
pericolosamente avvicinando il cinema di Tinto Brass
o di Bigas Luna in questo suo voler descrivere situazioni
scabrose non necessariamente funzionali alla storia.
Non sarà che in tutto questo gioca soprattutto
una certa dose vojeurismo? |