genere:
drammatico

regia
:
Pedro Almodóvar

cast:
Gael Garcia Bernal, Fele Martinez, Daniel Gimenez-Cacho, Lluis Homar, Francisco Boira, Javier Camara

sito ufficiale:
www.lamalaeducacion.com
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LA MALA EDUCACION

Chi ha apprezzato il misto di dolore e gioia che di continuo si prova gustando il capolavoro di Almodovar “Tutto su mia madre” di certo rimarrà deluso da questo nuovo film.

Almodovar qui è alle prese con i soliti personaggi che mordono intensamente la vita e toccano ogni estremo (si va dalla transessualità alla droga, alla pedofilia). Ma se in “Tutto su mia madre” ogni gesto, ogni personaggio era sentitamente presente, qui sembra ci sia solo un caos senza ordine.

La storia non è sentita, i personaggi solo minimamente abbozzati. Una confusione sistematica distoglie i nostri sentimenti da ogni possibile sbocco di questa vicenda. E si rimane frequentemente a bocca asciutta. Sembra quasi di assistere a continui tentativi di scrivere una storia, poi gettati nel cassetto. Il collage di tutte queste microstorie è un nonsense a cui Almodovar cerca di dare una direzione e un taglio da autore, anche attraverso l’uso di musiche raffinatissime, sapienti inquadrature e colori stupefacenti. Ma se non ci sono veri personaggi e concrete storie da raccontare il marchingegno non funziona più. Già in “Parla con lei” si era visto qualche piccolo cedimento quando con artifici di sceneggiatura si cercava di dare profondità ai personaggi creando in alcuni momenti solo un certo imbarazzo (ricordate il motivo per cui il protagonista piange alla vista di un serpente? momento insipido e francamente imbarazzante). Sembra infatti, ora più di allora, di assistere ad un goffo tentativo di mascherare da melodramma una storia male articolata.

Sinceramente sono veramente pochi i momenti coinvolgenti. Per la maggior parte del tempo assistiamo ai goffi movimenti dell’aspirante attore che sfrutta il materiale scritto dal fratello defunto per farsi avanti, e il giovane regista che si innamora di un uomo che vive solo nella sua mente come idea della persona che egli aveva conosciuto anni prima. Ma niente, dico niente, dà un serio pretesto per piangere, ridere, sorridere, coinvolgere in qualche modo. Niente. Solo una noia lunga due ore. I tocchi alla Almodovar (immancabili le drag queen che imitano star degli anni ’60) non bastano più.

In fine gli attori: sembrano dei personaggi in cerca di autore. Dimenticatevi il Gael Garcia Bernal di “Y tu mama tambien” o dei “Diari della Motocicletta”: qui sta solo cercando di essere più almodovariano possibile (e a tratti cerca di copiare il Miguel Bosé di “Tacchi a spillo”).
L’unico attore che ci offre una interpretazione intensa ed onesta è Daniel Gimenez Cacho, già visto a Venezia in “Perdere è questione di metodo” di Cabrera, che qui interpreta Padre Manolo, un prete diviso tra l’amore per un ragazzino e i suoi strazianti sensi di colpa.

Un’ultima nota: a me pare, ma questa è una mia personalissima opinione, che Almodovar stia pericolosamente avvicinando il cinema di Tinto Brass o di Bigas Luna in questo suo voler descrivere situazioni scabrose non necessariamente funzionali alla storia. Non sarà che in tutto questo gioca soprattutto una certa dose vojeurismo?

invia una recensione di Giovanni Valentini
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