Titta di Girolamo ha un nome banale.
Ma non è un uomo banale.
Come il Tulse Luper di Greenaway, prigioniero professionale,
Titta è un prigioniero, un pensionante di professione.
Da otto anni se ne sta infatti al confino in un albergo,
lindo albergo svizzero che, per quanto ci riguarda,
potrebbe essere la pensione felliniana di 8 e ½,
o un nuovo Overlook Hotel, o tutt’e due. Guarda
gli altri avventori, guarda la bella barwoman di cui
non ricambia il saluto, gioca a carte con l’ex
proprietario del posto caduto in rovina, smista delle
valigie che gli arrivano con puntualità, ehm,
svizzera, e con altrettanta puntualità si inietta
eroina una volta alla settimana, per poi farsi ripulire
il sangue in complicate operazioni ospedaliere (ma
chi sei, Keith Richards?). Paga il conto regolarmente
il conto, con l’albergo e con la vita. Ha una
famiglia che non lo vuole sentire e l’amico
Giuffrè che non vede da anni, ormai. Pensa,
pensa, pensa a se stesso e parla con il misurino.
Ma un giorno capisce, anzi, decide, che la ragazza
dietro al bancone è qualcosa per cui vale la
pena di fare quello che non ha mai fatto, accettando
di considerare “le conseguenze dell’amore”.
Raccontare la trama di Sorrentino, ed è questo
il bello del film, di un film, porta fino a un certo
punto a capire la pellicola: per buona parte del tempo
non sappiamo chi cavolo davvero sia Titta, e sapere
chi sia in realtà e perché sia lì
è la cosa che meno ci importa, meno ci tocca.
Godiamo il grandissimo Toni “La Sfinge”
Servillo, il suo essere al di sopra di tutto perché
fuori da tutto, il suo ragionare che irride chi si
confronta verbalmente con lui (siano il cliente curioso,
il fratello istruttore di surf, il padrone, cui rivela
il segreto della pastina al pomodoro: roba wellesiana),
il funambolico minimalismo della macchina da presa
che insegue ogni pertugio da cui mostrare l’inazione
o i riti di questo uomo seriale: la valigia è
il Mac Guffin della trama, le abitudini il suo motore,
il rapporto con la ragazza (Olivia Magnani) il vero
filo conduttore, punto di rottura e di svolta. E quando
le sue conseguenze si fanno serie, fino a portare
all’inevitabile e allo svelarsi di quel mistero
che in precedenza aleggiava, qualcosa dell’incanto
va rotto, ma è una scelta basilare al riscatto
morale del personaggio. È stato detto che “Le
Conseguenze Dell’Amore” è uno dei
film italiani più riusciti degli ultimi tempi
(di quest’anno sicuro) e che si monda di molti
difetti italici di questo periodo di tele-fiction-dipendenza
(vero anche questo); non è un film perfetto,
e però è già qualcosa di incredibile.
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