In questi ultimi anni la Danimarca
si è distinta, cinematograficamente parlando,
grazie alle immagini di alcuni registi di indubbio
talento: Vintenberg con "Fasten", Scherfig
con "Italiano per principianti" e Lars Von
Trier con "Dogville".
L'eredità, prodotto da Lars Von Trier, fa parte
di una trilogia di Fly, cominciata con "The Bench"
e che si concluderà con "The Killer".
È la storia di un uomo felicemente sposato
che si ritrova erede di una vita che non gli appartiene,
ma che accetta come un dovere. Il volere e il dovere
si alternano freneticamente, ma non è mai il
primo ad emergere.
Il protagonista, Christoffer, accetta la propria ingombrante
eredità e si lascia inaridire lentamente; a
poco a poco non sa più essere compassionevole,
non sa più amare sua moglie e neppure rispettare
sé stesso. Christoffer non ride più.
È la storia di un imbruttimento umano tanto
rapido quanto tragico.
A questa decandenza umana fa da sfondo una grave crisi
industriale, una delle tante di questi anni, ora,
però, lo spettatore guarda negli occhi del
potere e non degli operai. A sua volta, il potere
guarderà i suoi operai dall'alto in basso,
metaforicamente, ma anche letteralmente. E non c'è
alcuna pietà nella freddezza dei licenziamenti,
nella profonda fossa che Christoffer scava tra sé
e tutto ciò che di umano e fragile gli sta
attorno, figlio compreso.
Il regista racconta questa vicenda in maniera estremamente
cruda; poche musiche, una fotografia semplice, pochi
escamotage artistici. Sembra suggerire "questi
sono i fatti, a voi la conclusione". E la conclusione
potrebbe essere semplicemente ammettere che "così
è la vita".
L'eredità lascia in bocca una sgradevole sensazione
di realtà.
Consigliato a chi:
- apprezza le storie "nude e crude";
- segue il filone danese;
- sa che l'azienda di famiglia un giorno sarà
sua!
Sconsigliato:
- ama il cinema dei sogni e delle belle
speranze.
|