Questo piacevole film, remake di “Va’
e uccidi” del 1962 con Frank Sinatra, ci ripropone
una storia di fantapolitica e di subdoli giochi di
potere, con protagonista un combattivo Denzel Washington
alle prese con la Manchurian: una compagnia talmente
spietata, che pur di accaparrarsi contratti in tutto
il mondo elabora una strategia per il controllo, addirittura,
della volontà del presidente degli Stati Uniti.
E... se questa storia vi suona già familiare
(già sentita in “Farenheit 9/11”
!) in questo caso la realtà supera di gran
lunga la finzione. Eh già, infatti in “The
Manchurian Candidate” ci troviamo di fronte
ad un plot che al confronto con le astuzie della multinazionali
del petrolio e dell’enturage di Bush suona piuttosto
ingenua, con le sue riprogrammazioni cerebrali ed
ipnosi (ma dopo lo “scorpione di giada”
di Woody Allen, ha ancora senso proporre dialoghi
come “adesso tu sei in mio potere, vai e uccidi”?).
Insomma, ingenui stratagemmi hollywoodiani anni ‘60
oramai datati. Eppure, nonostante tutto l’operazione
funziona, forse proprio grazie a queste ingenuità,
che danno al film un carattere un po’ retrò
(per essere un remake di un vecchio film non riesce
comunque a distaccarsene, né ad attualizzarlo).
Denzel Washington è in gran forma, e regala
alcuni momenti molto intensi, riuscendo a costruire
un personaggio a tutto tondo, forse un po’ sprecato
per il livello medio del film. E nelle scene più
cupe e allucinate il nostro Denzel ricorda molto da
vicino il Tim Robbins di “Allucinazione Perversa”
(del 1990, altro film democratico contro la guerra).
Le ambientazioni spaziano da atmosfere retrò
– il fervore della New York industriale degli
anni ’30 dei quadri di Norman Rockwell, o la
Gotham City di Tim Burton, o ancora la città
di Mister Hoola Hop dei Cohen - a paesaggi desertici
desolati e arsi dal sole, che fanno da cornice per
le scene ambientate in una base militare segreta,
nella quale i cervelli dei marines vengono “riprogrammati”.
Ma qui le atmosfere filtrate e i colori ricalibrati
non vogliono trasmettere il caldo del deserto, bensì
il freddo agghiacciante della situazione, e a volte
scivolano involontariamente verso le ben note ambientazioni
del clip più noto di 50 cents, “In the
club”.
Meryl Streep è una perfetta senatrice tatcheriana,
arcigna e machiavellica che si confronta con un figliolo
belloccio, interpretato dall’imbalsamato Liev
Shreiber, con cui ha un rapporto edipico e utilitaristico.
Finale scoppiettante e ovvio - ma non troppo - con
buone dosi di adrenalina.
Rimane però una domanda: perché fare
un remake quando si aggiunge poco o nulla alle atmosfere
dell’originale? L’unica risposta che viene
in mente è che con semplici mezzi e metafore
si voglia arrivare al cuore della gente, per mettere
in guardia i cittadini americani dai pericoli derivanti
dagli stretti legami tra potere politico ed economico
(conflitto di interessi, vi dice qualcosa?).
Insomma...Vote for Kerry! |