Quanto ci si può spingere con
la propria volontà ed il libero arbitrio senza
scontrarsi con i dogmi di una società profondamente
cattolica? E’ questo il tema scottante del nuovo,
struggente film di Alejandro Amenabar, che, tornato
dietro la macchina da presa dopo il bellissimo “The
Others”, firma anche la sceneggiatura e le musiche
del suo nuovo lavoro.
La storia narra la vera vita di Ramon Sanpedro, costretto
a vivere la propria esistenza nel suo letto, immobile,
a causa di un incidente subito da giovane. Ramon,
interpretato dall’ottimo Javier Bardem, è
un uomo laico e razionale, appassionato ed estremamente
lucido. Ama progettare i macchinari con i quali poter
compiere quei minimi gesti che ognuno di noi considera
normali, come ad esempio scrivere. E con la stessa
razionalità e lucidità, considerando
la propria esistenza troppo limitata a causa del suo
handicap, sceglie di morire. Egli è talmente
cosciente della propria scelta, talmente deciso, che
sa che le persone che lo amano veramente saranno quelle
che lo aiuteranno a togliersi la vita.
Un tema difficile, che non deve trarre in inganno.
Infatti il film non è necessariamente a favore
dell’eutanasia, bensì è un elogio
verso chi persegue coscientemente il proprio inalienabile
diritto alla vita così come alla morte. Questo
lo dimostra anche la dedica del film ad una donna
che, malata terminale, ha deciso di vivere e combattere
fino in fondo per la vita.
Il personaggio che Bardem ha costruito merita assolutamente
la Coppa Volpi vinta a Venezia per la migliore interpretazione
maschile. Nella versione originale la voce di Bardem
è molto profonda e adulta e sorprende con quei
piccoli vezzi, sospiri e tic, che penso sia molto
difficile ritrovare nella versione italiana. E’
evidente che Bardem ha compiuto un grosso lavoro di
identificazione nel personaggio attraverso filmati
e audio messi a disposizione dalla famiglia di Sanpedro
e dall'associazione pro-eutanasia che lo ha aiutato
a combattere la sua battaglia. Inoltre, data la condizione
del personaggio, Bardem si è concentrato unicamente
sulla voce e sull'espressione facciale. Consiglio
pertanto, senza nulla togliere al suo doppiatore italiano,
di cercare la versione originale del film.
In una delle scene più poetiche, a quanto
pare suggerita dallo stesso Bardem, Ramon sogna di
alzarsi dal letto, prendere la rincorsa e volare fuori
dalla finestra, sorvolando le colline verdi della
Galizia, fino a raggiungere il mare e tuffarcisi dentro.
Il mare è a tutti gli effetti uno dei personaggi
principali del film: è la dea madre natura
che ci accoglie nel suo grembo e ci culla, ed ha potere
di vita e di morte, inizio e fine di tutto e rifugio
dal dolore.
Con una profondità di sentimenti non comune
e una notevole capacità di scrittura sono poi
stati creati attorno al personaggio di Ramon altri
caratteri forti e ben delineati. Tra tutti spicca
la figura del prete con il quale Ramon viene a scontrarsi.
La scena è, nella migliore tradizione del cinema
spagnolo, tragicomica e dissacratoria, e strappa finalmente
qualche sorriso, alleviando la tensione ed aiutando
lo spettatore ad arrivare fino in fondo al film, senza
scivolare nel patetico. Che è un pò
lo stesso spirito con cui Ramon Sanpedro ha affrontato
la sua malattia.
La vicenda è narrata quasi come se il film
nascondesse in sé una sorta di ragionamento
su diritti e doveri, ma anche su quanto le nostre
azioni condizionino la vita e i sentimenti degli altri.
In altre parole, se è giusto avere diritto
di morte su di sé, è altrettanto giusto
far soffrire le persone che ci amano?
Un film intriso di poesia e di freddi ragionamenti
sul senso dell’esistenza. Ma anche una grande
prova di regia e di fotografia, con quei continui
passaggi dalla stanza chiusa e incolore in cui vive
Ramon, agli spazi aperti e luminosi che circondano
la sua casa.
Insomma una grande opera, al tempo stesso appassionata
e lucida, in cui ogni gesto e ogni parola ha un suo
senso e niente è scontato o inutile. Un’ottima
prova per un giovane regista trentenne, che ci regala
momenti unici.
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