Ci sono mostri e mostri: ci sono i
mostri disumani come Evilenko, Theodor Bundy o Edmund
Kemper, i primi che mi sono venuti in mente, e mostri
pieni di sentimento, come la serial killer Aileen
Wournos, della cui vera storia la regista Patty Jenkins
ne ha fatto un film.
Una storia che inizia subito crudelmente, con unAileen
bambina, violentata da un amico del padre, e dal padre
stesso picchiata, unAileen adolescente, già
bruttina, schernita dai coetanei ed allontanata dalle
compagne, una storia che sa tanto di Carrie, Lo Sguardo
di Satana, solo che finzione non lo è stata
per niente. La storia di unAileen ragazza che
sognava una vita fantastica come Marilyn Monroe, e
si trova invece a fare la prostituta, con una maternità
a quattordici anni, il figlio affidato ai servizi
sociali, e tanto alcool nel sangue. Ormai donna tradita
e disillusa, proprio nel momento in cui decide di
farla finita spendendo gli ultimi cinque dollari guadagnati
con una prestazione, conosce in un locale gay la timida
Selby Moore, impacciata, innofensiva, solitaria. Quello
tra Aileen e la giovane Selby è in effetti
un incontro tra solitudini, due esistenze talmente
lontane e contrapposte, un bisogno daffetto
reciproco che trasporta le due donne su un piano passionale
e di innamoramento. Le cose, però, si guastano
fin da subito. Aileen, fattasi carico della nuova
compagna, uccide per legittima difesa un cliente che
quasi la massacra, per poi proseguire, in preda ad
una sorta di atteggiamento schizofrenico, con lomicidio
di altri clienti, attraverso i quali riscatta un passato
di continue violenze e soprusi. Ne risparmia uno,
già intenzionalmente condannato alla morte,
quando questi, impacciato e vergognoso, risponde alle
provocazioni verbali di Aileen negando di provare
piacere nello sculacciare le donne, ed ammettendo
di essere alla prima esperienza con una prostituta.
Alla fine della spicciola prestazione il giovane addirittura
ringrazia. E da credere che Aileen abbia riconosciuto
unaltra solitudine e ne abbia avuto pietà.
Come in una versione malata e maledetta di Thelma
& Louise, le due si lasciano dietro un numero
cospicuo di cadaveri, facendo prendere alla pellicola
la direzione on the road, lungo la quale le due protagoniste,
una sempre più aggressiva Aileen ed unancora
più stupefatta ed impaurita Selby, si muovono
tra squallide periferie e motel fatiscenti. Le cose
precipitano verticalmente quando la polizia, dapprima
impotente, si mette sulle loro tracce grazie ad alcune
segnalazioni, ed Aileen, abbandonata in precedenza
dalla sua compagna, e di nuovo sola e disperata, viene
arrestata. Processata per lomicidio di sette
persone, tradita dalla stessa Selby che contribuisce
fattivamente alla sua condanna, Aileen viene giustiziata
dopo aver trascorso dodici anni nel braccio della
morte.
Si diceva in apertura di un mostro pieno di sentimento.
La Jenkins, presentando la storia così come
è, reale e cruda, non prende posizioni. E
lo spettatore che si fa carico dellodio e della
disperazione della protagonista, accumulandolo fino
quasi a non poterlo contenere. Il primo omicidio,
sebbene commesso per legittima difesa, ci trova sorprendentemente
daccordo, e alla fine un po mostri lo
siamo anche noi che proviamo simpatia per questa donna
in cerca di riscatto. La Charlize Theron, imbruttita
parecchio dal trucco ed appesantita da quasi quindici
chili di ciccia vera, è formidabile a fare
del linguaggio gestuale, molto esuberante, e di una
certa trivialità, la sua Aileen. Non da meno
la sempre giovane Christina Ricci, rimasta perennemente
ai diciotto anni, che regala a Selby il suo viso pulito
e gli occhi da cerbiatto spaventato, sottilmente perversi
e crudeli. Un po in secondo piano i personaggi
di contorno, che non escono da un certo schematismo
e risultano piuttosto sbiaditi.
Come la maggior parte delle produzioni americane,
il film soffre purtroppo di una regia anonima ed impersonale,
oltre che di una fotografia stancante. Spesso si ha
la sensazione di trovarsi di fronte ad un innocuo
film verità preso in prestito dal palinsesto
Mediaset. In mano ad un regista come Lars Von Trier,
tanto per scomodarne uno, che è riuscito nellimprobabile
intento di far passare per film una creatura amorfa
come Dogville, Monster sarebbe stato un capolavoro.
I dettami del Dogma avrebbero sdoganato la pellicola
da un certo manierismo stelle e strisce. Ciò
che alla fine rimane impresso, e non potrebbe essere
altrimenti, è proprio la straordinaria interpretazione
della Theron, uno dei pochi Oscar dei quali possa
dirsi davvero giustificato.
|