genere:
drammatico

regia
:
Matteo Garrone

interpreti principali:
Mauro Cordella, Fabrizio Nicastro, Marinella Ollino, Stefano Cassetti
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PRIMO AMORE

Vittorio è un orafo con l'ossessione delle anoressiche; sempre alla ricerca della donna perfetta trova i corpi giusti ma non le teste. Sonia, una ragazza che conosce tramite un annuncio, ha la testa che cerca, ma non il corpo: pesa 57 chili, troppi per potere anche solo immaginare una storia.
Eppure pian piano la relazione fra i due si fa più intensa, li isola dal mondo e li trascina lentamente in un abisso di follia. Il nuovo film di Garrone innanzitutto non è un film sull'anoressia; semmai
è un film sull'arte: quella orafa di Vic, quella dell'Accademia in cui Sonia lavora come modella, quella del corpo che porta Vic a plasmare Sonia a suo piacimento. E, naturalmente, c'è l'arte contemporanea citata da Garrone, complice la fotografia di Onorato, quasi ad ogni inquadratura; ritroviamo ancora Bacon (già musa del precedente L'Imbalsamatore) in quei corpi sfocati che si avvinghiano in spasmi di amplessi solipsistici; riconosciamo il David Hockney delle piscine, ma è soprattutto Edward Hopper la fonte di ispirazione di quelle luci livide che avvolgono i corpi e di quelle cornici che separano i protagonisti dal nostro sguardo voyeuristico. Il film di Garrone non è stato compreso né dalla critica (a Berlino è stato praticamente ignorato), né dal pubblico, che lo trova disturbante. Cosa è che tanto infastidisce in questa pellicola? Sicuramente il disagio psichico, nonostante Garrone ci metta in guardia sin da subito, mostrandoci una psichiatria che farebbe inorridire Basaglia, fatta di farmaci che ottundono la mente, incapace di sollevare i malati dal fardello della loro percezione distorta dell'affettività. Eppure è così: la malattia mentale non viene curata, ma costretta in camicie di forza chimiche; è preferibile una totale assenza di emozioni, piuttosto che emozioni diverse da quelle del sentire comune; quello della comprensione e del dialogo è un percorso lungo, che può fare vacillare certezze acquisite dopo anni passati a collezionare luoghi comuni e scorciatoie mentali. Garrone sa che lo spettatore non comprenderà i protagonisti, ed allora fa di tutto per allontanarli ancora di più. Ce li mostra fuori fuoco sul lago.
Usa una profondità di campo ridotta al minimo per mostrarceli/nasconderceli mentre fanno l'amore. Ce li fa vedere incorniciati da porte e finestre, dietro vetri, riflessi da specchi, o dietro le sbarre delle case-prigioni che abitano. E spesso i loro discorsi, catturati in presa diretta, li percepiamo
appena: distinguiamo perfettamente i rumori di fondo, mentre le voci si fanno sussurro. A questo senso di estraneità contribuisce, pure, l'uso del vicentino, qui utilizzato non certo per restituire bozzetti veristici, ma, al contrario, per volontà di astrazione. Il film è recitato magistralmente da attori perfettamente in parte; fotografia e suono non sono solo il mezzo con cui ci vengono mostrati i personaggi, ma sono personaggi essi stessi; la colonna sonora composta dalla Banda Osiris, costruita su di un minimalismo à la Rachel's, è splendida.
Un film per molti. Purtroppo non per tutti.

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