Vittorio è un orafo con l'ossessione
delle anoressiche; sempre alla ricerca della donna
perfetta trova i corpi giusti ma non le teste. Sonia,
una ragazza che conosce tramite un annuncio, ha la
testa che cerca, ma non il corpo: pesa 57 chili, troppi
per potere anche solo immaginare una storia.
Eppure pian piano la relazione fra i due si fa più
intensa, li isola dal mondo e li trascina lentamente
in un abisso di follia. Il nuovo film di Garrone innanzitutto
non è un film sull'anoressia; semmai
è un film sull'arte: quella orafa di Vic, quella
dell'Accademia in cui Sonia lavora come modella, quella
del corpo che porta Vic a plasmare Sonia a suo piacimento.
E, naturalmente, c'è l'arte contemporanea citata
da Garrone, complice la fotografia di Onorato, quasi
ad ogni inquadratura; ritroviamo ancora Bacon (già
musa del precedente L'Imbalsamatore) in quei corpi
sfocati che si avvinghiano in spasmi di amplessi solipsistici;
riconosciamo il David Hockney delle piscine, ma è
soprattutto Edward Hopper la fonte di ispirazione
di quelle luci livide che avvolgono i corpi e di quelle
cornici che separano i protagonisti dal nostro sguardo
voyeuristico. Il film di Garrone non è stato
compreso né dalla critica (a Berlino è
stato praticamente ignorato), né dal pubblico,
che lo trova disturbante. Cosa è che tanto
infastidisce in questa pellicola? Sicuramente il disagio
psichico, nonostante Garrone ci metta in guardia sin
da subito, mostrandoci una psichiatria che farebbe
inorridire Basaglia, fatta di farmaci che ottundono
la mente, incapace di sollevare i malati dal fardello
della loro percezione distorta dell'affettività.
Eppure è così: la malattia mentale non
viene curata, ma costretta in camicie di forza chimiche;
è preferibile una totale assenza di emozioni,
piuttosto che emozioni diverse da quelle del sentire
comune; quello della comprensione e del dialogo è
un percorso lungo, che può fare vacillare certezze
acquisite dopo anni passati a collezionare luoghi
comuni e scorciatoie mentali. Garrone sa che lo spettatore
non comprenderà i protagonisti, ed allora fa
di tutto per allontanarli ancora di più. Ce
li mostra fuori fuoco sul lago.
Usa una profondità di campo ridotta al minimo
per mostrarceli/nasconderceli mentre fanno l'amore.
Ce li fa vedere incorniciati da porte e finestre,
dietro vetri, riflessi da specchi, o dietro le sbarre
delle case-prigioni che abitano. E spesso i loro discorsi,
catturati in presa diretta, li percepiamo
appena: distinguiamo perfettamente i rumori di fondo,
mentre le voci si fanno sussurro. A questo senso di
estraneità contribuisce, pure, l'uso del vicentino,
qui utilizzato non certo per restituire bozzetti veristici,
ma, al contrario, per volontà di astrazione.
Il film è recitato magistralmente da attori
perfettamente in parte; fotografia e suono non sono
solo il mezzo con cui ci vengono mostrati i personaggi,
ma sono personaggi essi stessi; la colonna sonora
composta dalla Banda Osiris, costruita su di un minimalismo
à la Rachel's, è splendida.
Un film per molti. Purtroppo non per tutti.
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