Una povera città di miniere
di carbone da qualche parte nell'America sud orientale
(in realtà il film è stato girato a
Filmbyen, appena fuori Copenhaghen, dove gli edifici
di una vecchia base militare sono stati trasformati
in scorci della società americana).
Un club di ragazzini emarginati della cittadina -
The Dandies - che si riuniscono segretamente per usare
ed idolatrare le loro pistole, rimanendo comunque
fedeli alle loro convinzioni pacifiste. Ed attorno
a Dick - il capo - ed alla sua atipica "truppa",
i resti di una società/comunità che
nel disprezzo delle regole d'umana convivenza trova
l'esclusiva deriva di un possibile e sofferto dialogo
e confronto.
Metafora ardita di tempi moderni governati da potenti
che si professano "pacifisti con le armi"?
Apologo sibillino e surreal/realistico sull'eterna
fascinazione e potere delle armi? Di difficile definizione,
"Dear Wendy", diretto da Thomas Festen Vinterberg
e scritto da Lars Manderlay Von Trier, finisce per
vagare sconclusionatamente nell'ambiguo e pericoloso
confine che ha visto molte opere pseudo autorali smarrire
la loro positiva ed alta ispirazione per precipitare
nell'assunto negativamente opposto. Una ricostruzione
scenografica puramente artefatta (alla Dogville per
intenderci!), la voce fuori campo insistentemente
letteraria, una recitazione asciutta (ma è
comunque interessante ritrovare l'intensa e più
matura espressione di Jamie Billy Elliot Bell), una
scrittura che si nutre avidamente di simboli e metafore
e la regia di Vinterberg che rende un omaggio - involontario
? - ai classici western dell'epopea americana fanno
di "Dear Wendy" (la signorina è nello
specifico una 6,35 mm a sei colpi dall'impugnatura
di madreperla) l'inutile ed ambizioso prodotto di
una cinematografia europea che sembra a volte avere
poco a cuore il gusto e piacere del pubblico che sempre
più spesso si trova così ad arrovellarsi
(e ad annoiarsi) con i vacui esercizi stilistici ed
intellettuali dei nostri autori tanto strombazzati
e coccolati da critica e festival!
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