genere:
drammatico

cast:
Emile Hirsch, Vince Vaughn, Kristen Stewart, William Hurt, Marcia Gay Harden

regia
:
Sean Penn

sito ufficiale:
intothewild.com
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INTO THE WILD
Rendere cinematografica la storia di Christopher McCandless è impresa ardua (soprattutto da un punto di vista narrativo), ma Sean Penn (che deve pazientare 10 anni per poter realizzare questo progetto) consegue un risultato ammirevole: un'opera penetrante, vivida e delicata, evocativa e selvaggia (proprio come i paesaggi richiamati alla mente dal titolo).
La fuga intrapresa da Chris è un viaggio di rinascita/rivoluzione spirituale e fisica (la sequenza in cui attraversa la città di notte evidenzia il suo stato completamente avulso al contesto di folle frenesia e velocità sullo sfondo), e parte da un cambio radicale di vita/identità (diventa Alex Supertramp) che comporta una visione altra della realtà alla quale i genitori del ragazzo non riescono a piegarsi ("se stessi correndo ad abbracciarvi, riuscireste a vedere quello che vedo io?").
Emile Hirsch è impressionante per la sua spontaneità e intensità (ma tutto il cast è straordinario e azzeccatissimo: da William Hurt e Marcia Gay Harden al non professionista Brian Dierker): vedere la scena dello spot alla Super Mela che si conclude con il tuffo ammiccante in camera che scardina le ordinarie coordinate di messinscena e rappresentazione, un vero e proprio (genuino e divertente) invito a svegliarsi rivolto allo spettatore.
Lungo il viaggio il giovane protagonista incontra personaggi che appaiono (auto)emarginati e in fuga dal mondo, ma non in un modo estremo come il suo (vedi l'anziano Ron e la coppia hippie Jan/Rainy). Con essi avviene un interscambio che arricchisce entrambe le parti e che lascia emergere diverse citazioni letterarie che costituiscono il fondamentale background culturale di Chris.
Proprio la parola scritta e la verbosità assumono un ruolo di particolare rilievo per quanto concerne la narrazione, costituendo, però, anche un punto debole del film, perché (a tratti) risultano essere elementi troppo esplicativi e/o didascalici (in particolar modo la voce over di Carine che accompagna l'azione del fratello e le immagini di stampo amatoriale che ricostruiscono frammenti del passato [qui, però, aprirei un'ulteriore parentesi, in quanto reputo sarebbe interessante ascoltarla - tale voce - in lingua originale, poiché l'attrice Jena Malone ha lavorato con la poetessa Sharon Olds per rendere le parole recitate quanto più evocative possibili: chissà!]). Molto più efficace il segno tratteggiato, invece: le parole delle cartoline di Chris in sovrimpressione e le frasi delle pagine dei libri tanto preziosi per il protagonista che occupano l'intero schermo.
È inevitabile (quindi) che anche le parole delle splendide canzoni (scritte e interpretate da tale Eddie Vedder - fatte eccezioni per la cover di un brano di Gordon Peterson e per un altro brano scritto con la collaborazione di Jerry Hannan) che compongono la colonna sonora diventino parte integrante della storia e abbiano un loro peso specifico (non a caso ce le ritroviamo tradotte in sovrimpressione sullo schermo).
Ma la vera osmosi (supportata dalla luminosa e acuta fotografia di Eric Gautier) è quella che avviene con la natura, attraverso le immagini che ci mostrano l'immersione di Chris all'interno dei paesaggi che vive di volta in volta. I movimenti della mdp sono spesso lenti e le inquadrature dall'alto fissano piani ampi che catturano le distese delle terre selvagge. Ma le soluzioni sono molteplici: dalle rapide e avvincenti soggettive della discesa nel Grand Canyon che procedono a scatti (sempre per fissare l'attimo e l'interscambio con l'elemento naturale), all'uso dello split screen che alterna le diverse fasi della giornata nei campi di grano del Dakota, oppure il dolly avvolgente che sublima nell'aria sulla cima di un monte innevato.
Il percorso di Chris doveva essere circolare (l'avrebbe riportato al punto di partenza, dopo l'acquisizione di una nuova consapevolezza/saggezza): basta soffermarsi sulla scena iniziale del film in cui la madre si sveglia dal sonno richiamata dal figlio e su quella finale in cui (di contro) il ragazzo muore con il pensiero rivolto ai genitori (proprio nel momento in cui era pronto al ritorno e a "chiamare le cose col proprio nome" - è di nuovo Christopher McCandless - dopo 100 giorni di sopravvivenza nel nord dell'Alaska: "la felicità è reale solo quando condivisa"). Tuttavia, si spegne col sorriso sulle labbra, illuminato dalla luce solare che filtra dalle nuvole nel cielo (la luce di quel dio menzionato durante la conversazione con Ron sull'altura nel deserto), in pace con sé stesso e la natura vissuta: la mdp che s'allontana lentamente dal bus per fissare (ancora una volta), con un'inquadratura dall'alto, le terre selvagge che lo hanno assorbito.
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