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Louden Up Now
label: Warp / Touch And Go (2004)
formato: CD
genere: Punk-Funk
riferimenti: Liquid Liquid, 23 Skidoo, Konk, Material, Defunkt, A Certain Ratio
links: http://www.brainwashed.com/!!!
voto: 7
Una vittoria di Pirro. Erano in tanti e di tutte le sottospecie tribalistiche che popolano il variopinto mondo di ascoltatori (o fruitori, consumatori meglio dire) di musica ad attendere al varco questo stralunato ensemble di sette personaggi denominatisi con altrettanta sfrontatezza con l'inusitato moniker dei tre punti esclamativi (si pronuncia chick chick chick per i non adepti). Come per darsi segno di distinzione, di esistenza, di vita. Chi però già gridava al miracolo, a nuovi profeti del verbo ROCK!!!, proferendo invasato l'esoterica formula di cui sopra e stracciandosi pubblicamente le vesti in preda a panico metafisico probabilmente dovrà ricredersi alla luce di un buon album e nulla più. Non è il re ad essere nudo comunque ma ancora una volta il suddito, quello delle tribù (vedi alla voce kritika).
Il re dopo tutto non se la passa poi così male visto che infine l'album risulta più che una gradevole amenità, ma sicuramente non il capolavoro da più parti auspicato. C'è da dire che probabilmente nella realizzazione del disco l' enorme aspettativa rivolta e l'eccessiva pressione hanno giocato un ruolo non secondario, schiacciando il gruppo entro limiti e responsabilità, mettendolo al muro, frenandolo, così che alle soglie della pubblicazione i nostri si sono ritrovati con l'acqua alla gola stringendo nelle proprie mani solo una manciata di pezzi realmente memorabili. L'album infatti riesce a soddisfare solamente a tratti le attese createsi dopo l'uscita del singolo nella passata stagione; dopo l'apparizione di quella stella cometa che si stagliava sul cielo nero e plumbeo dell' indie-rock, qualcosa di accecante e folgarante in quel buio di ispirazione (un buio pesto).
Meglio fare un pò di chiarezza sulla loro storia allora; dopo l'uscita di un ottimo singolo su Hopscotch nel '98 ed uno split con la band gemella degli Outhud (molti i membri in comune nelle due formazioni), l'esordio omonimo di prevalente funk bianco sporcato rock non fa che confermarne le qualità, ma pure i limiti dovuti soprattutto alla ripetitività degli schemi ed alla tessitura monocromatica che riveste il tutto. Una pausa di riflessione ed esce poi nel 2003 il su menzionato singolo targato dalla strana coppia touch and go - warp. Questa supernova ha un nome e un cognome, si chiama 'Me and Giuliani down by the school yard (a true story)'.
Per quei due, tre che ancora non la conoscono 'Me and Giuliani' è una creatura proveniente dai mondi gotici descritti da Ann Radcliffe, è la balena bianca di Melville -la rappresentazione del male, qualcosa di sconvolgente- che si staglia al dì sopra di onde (wave) anomale oppure una piovra munita di mille tentacoli avvelenati uno per ogni genere afferrato, assimilato, spremuto e poi metabolizzato in altro, in nuovo per cavarne qualcosa di alieno, di sconosciuto; un mostro con piu' teste che cambia pelle in continuazione, un essere mutante che puo' fagocitare qualsiasi cosa gli capiti a tiro per portarla a nuova consapevolezza, a nuova vita; mai sono stati tanto appropriati termini come ibridazione, contaminazione, confusione nel senso etimologico del termine, fondere (e confondere), far confluire tutto quello che è musica oggi, in un unico stampo, ancorchè piuttosto dilatato e deforme; qualcosa di meticcio, di spurio: epilettici spasmi wave innestati di attitudine negra, esplosioni-implosioni fiatistiche funk; algida, sublime estasi lirica su di un oceano di ritmo inarrestabile che gira, gira e gira come in una pista da (s)ballo. Innarrivabile, irrangiungibile come un arcobaleno di suoni.
Splendida girandola pop fluorescente che sì illumina tutt'attorno ad una session di nove e passa minuti che diventano un flash, una base plastica ultra-satura di sudori funk vitaminizzati alla p-; schegge metalliche impazzite che squarciano una volta ancora il ventre molle della musica dance sempre piu' infettato da umori rockish; un impianto groovy che pompa linfa vitale dalle parti basse verso l'alto, l'infinito, la mente e lo spirito; ad un tratto echi balearici di house, poi una tirata rock ed ecco un take dagli '80, qualcosa che ti lascia sempre con il fiato sospeso, il respiro mozzato, affannato per quello che puo' succedere da un momento all'altro, come in una slowmotion hitchcockiana. Tutto cio' che sta qui dentro ha un senso oltre; significa scorgere l'ombra di ultraterreno che si staglia in quel luogo di nessuno che è l'opera d'arte in sè, oltre l'autore, oltre lo spettatore, aldilà delle categorie e aldilà dell' umano..è arte pura che si reifica ancora una volta dinanzi a noi; tutto questo in un percorso a ostacoli, un tragitto nel nulla, viaggiare stando fermi, un vero è proprio trip psichedelico attraverso la musica di inizio secondo millennio. Dopo tutto questo era più facile scomparire per sempre, svanire nel nulla piuttosto che rimanere, esistere. Onore a loro, ma la sensazione è che questa cosa, il mostro li abbia molto più svuotati che lanciati. Dopo questa annunciazione risulta evidente come fosse lecito aspettarsi da loro un capolavoro anche sulla lunga distanza, ma così non è stato purtroppo.
In realtà il gioco sembra reggere benissimo nei primi due fantastici brani, l'intro 'When the Going Gets Tough, the Tough Get Karazee' è cambi di ritmo brucianti inseriti in un eclettico multistile molto pestato che procede a fiammate mentre 'Pardon my Freedom' si sposta verso dinamiche più marcatamente rock per incendiarsi in un refrain post-punk che sa come far male per poi sciogliersi in combustione nella rumorosa coda. Ma i guai arrivano poco dopo, quando i nostri inseriscono il pilota automatico con 'Dear Can', niente affatto all'altezza della citazione onestamente, con quel cantato soft rimuginato ed una base deep incerta però della direzione da prendere; si rimane lì invischiati in un ritmo che non parte, non (p)rende, non porta da nessuna parte e non è certo l'intervento tardivo di un attacco sax a far riprendere quota al brano che infine si risolve come in una bolla di sapone. L'interludio 'King's Weed' tenta di risollevare le sorti dell'album poco dopo ma risulta anch'esso piuttosto pleonastico, concrettizandosi in realtà solo come apertura al successivo bel funk cavernoso di 'Hello? Is This Thing On?' molto konkiano nel suo incedere, nel suo dispiegarsi attraverso vocals mid-eighties in evidenza ed energ(et)ici interventi elettro che donano al brano una struttura dance ottima per le disco più lungimiranti; il tutto accentuato da uno splendido stacco di fiati, questa volta effettivamente appropriato e tempestivo, che manda letteralmente in orbita il pezzo, lassù. Anche stavolta però arriva una piccola delusione nel finale; un'inutile coda urlata-sguaiata assolutamente gratuita e slegata dal contesto probabilmente ficcata lì per conseguire un maggior appeal 'alternativo', in realtà solo una forma patinata di 'nulla' dove i nostri sembrano scivolare per l'ennesima volta.
Si continua così, tra alti e bassi, senza coesione, senza coerenza. Anche l'inizio clap-clap di 'Shit, Scheisse, Merde Pt.1' non è dei piu' esaltanti con quella voce 'vero macho' che fa il verso al Prince più sculettante, ma poi d'un tratto il pezzo riprende vigore, energia, parte, si apre letteralmente con l'ingresso di una pompa rock esaltante; le chitarre in distorsione e una seconda voce decisamente più gradevole ci trasportano verso lidi post-punk ricchi di estatici, vividi ricordi. La seconda parte di 'Shit' pero' ci fa ripiombare in letargo, un'altra scivolata, un ritmo irrisolto che scorre come acqua e non lascia traccia alcuna, inutile; ma forse questa è solo una mia sensazione visto che il brano successivo si chiama 'Me and Giuliani down by the School Yard' (di cui non si finirebbe mai di tesserne le lodi) la cui vicinanza probabilmente risulta caustica visto la materia incadescente di cui è formata.
In effetti anche il paso doble della successiva rumba metropolitana 'Theme from Space Island', tutta suonata in punta di piedi, non è che mero riempitivo, piacevole e suadente anche, ma tutt'altro che incisivo, nulla che rimanga veramente impresso. Il fatto che poi come commiato si sia scelto di proporre la terza versione di 'Shit, ...', solo leggermente divergente dalla prima, risulta sicuramente indicativo di una certo inaridimento compositivo, di stanchezza. Per non parlare poi del bonus disc allegato alla limited edition: tre pezzi praticamente identici a quelli presenti sul disco ufficiale, più un brano inedito -peraltro buono- e a questo punto abbastanza inspiegabilmente rimasto fuori; visto che l'album è infarcito di b-side. Incomprensibile anche questo.
E alla fine la montagna partorì il topolino, non c'è che dire; quello che poteva (doveva) essere il disco dell'anno, rimane solo una piccola vittoria inutile.
invia la tua recensione Christian Besemer
  agosto 2004
 
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