Il nome inquadra perfettamente
il progetto di Ale (per i più attenti, si, è
l’artefice dell’artwork dello split “The
pAper chAse meet red worms’ farm” recensito sul
numero 0… BRAVI!), Gianni e Simo, terzetto pesarese
che si definisce punk, a quanto si può discernere dall’indirizzo
mail, ma è un altro punk quello con cui si ha a che
fare. Che tipo di punk? Ce lo potrebbe ben suggerire il titolo
del disco, “Candore”, che ne rappresenta da un
lato l’attenzione verso gli aspetti più romantici
e Holdeniani della rabbia giovanile che sta comunque alla
base del punk, e al tempo stesso la purezza e l’originalità
degli intenti, allontanando così il gruppo anche dal
giustificato sospetto di una nuova realtà emo. Anche
la copertina comunica questo limbo adolescenziale, dove un
volto dai tratti giovanili rimane sospeso fra le possibilità
offertegli dalle ali di spiccare il volo o di nascondere le
bruttezze e gli orrori del quotidiano e nascondersi dagli
stessi. L’immaginario è anche nei testi sicuramente
di tipo adolescenziale, ovviamente nelle sue connotazioni
più dolorose e rabbiose, ma anche divertite, e richiama
alla mente le pagine di Salinger e i disegni di Adrian Tomine.
Il disco è aperto da una batteria lontana e scarna,
su cui va a innestarsi una chitarra nervosa. La ritmica cadenzata
si perde nei piatti, e la voce ci porta in un posto a metà
fra certo post-punk intimista (i Cure di 10:15 Sat. Night,
per intenderci) e, in qualche modo, tra le atmosfere più
essenziali degli Slint (peraltro richiamati in retro di copertina,
con una foto di gusto Spiderlandiano). Nessuno dei due riferimenti
va preso tout court, sia ben chiaro, il disco vive di un anima
e di una grazia tutta sua, e potrebbe essere ben riallacciarsi
punk, soprattutto per l’attitudine lo-fi, ma con forti
dosi di intimismo. Insomma ci si trova di fronte ad un disco
compatto, come una linea retta, da cui partono tante diramazioni
che vanno a toccare altrettanti stili e generi, senza mai
minacciare l’unicità del progetto.
Anche i testi vogliono essere anche minimalisti e sospesi
(come in “Documento 1”: “Ah, se/ ti sembra
facile/ ti sembra come se/ tutto più semplice..”
o in “Persa”: “Anche se, non so se basta
mai, non mi fa bene, tenere dentro, non so veder cosa rimane,
se voglio parlarti, se voglio restare, ma quello che spinge
è quello che resta e sembra rimasto”), fatti
di parole semplice, quasi piccoli spunti di un profondo dialogo
interiore da cui le parole che emergono sono solo una piccola
parte del tutto. Il ripiegarsi su se stessi è ripreso
dalle atmosfere nebulose di “Fratta” (“Io
sto bene con te/Io non sono con te”) e dai giri cadenzati
di “Capitale” (“Dimenticare è come
decider/ ma non dice cosa sai di perdere/e niente sta bene”).
Ed è proprio questo “niente sta bene” a
rivelare la pruriginosa molla del gruppo, che lo fa portavoce
di un mal di vivere legato al quotidiano, che va a trattare
il dolore proprio come esso si palesa nei luoghi più
consueti del singolo individuo.
Ad atmosfere così rarefatte si contrappongono poi anche
scenari più ruvidi e scattanti, forse per certi versi
anche più immediati e che si avvicinano di più
alla produzione successiva ed attuale della band. La chitarra
è percossa, diventa un tutt’uno con un cantato
frenetico e strozzato. Basso e batteria seguono, riducendo
il ritmo a quello che basta per accompagnare le sferzate del
brano. Si passa dalla rabbia di “Troppo presto”
(“Entro e spero di/non trovarti più..”)
alla disillusa sconfitta di “Basta” (“Ho
solo fatto basta!”). In questo secondo tipo di produzione
si distingue forse il brano migliore del disco, “Pitagora”,
percorso da una vitalità adrenalinica e da rabbia frenetica.
Il cantato risulta un continuo snocciolamento di frasi brevi
e concetti essenziali (“ma non ci credi, non voglio,
non trovo, non penso, non c’e’!”) che ben
si accompagna al rito incessante del brano, in una caduta
continua fino allo straziante schiantarsi al suolo: “Io
credevo che noi fossimo uno, soltanto uno”.
Un disco che brilla di una luce interna che potrebbe anche
sfuggire all’orecchio più interessato al semplice
impatto musicale, ma che saprà illuminare a giorno
le camerette di chi saprà immergersi in tale candore.
Da avere! (Per chi fosse interessato rimandiamo al sito della
Love-Boat http://www.love-boat.org, così potete curiosare
in giro, oppure direttamente alla pagina del gruppo: http://www.love-boat.org/bands/altro.htm). |