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ALTRO
Candore
label: Love Boat
formato: CD (9tr. - 23min.)
genere: indie
links: http://www.love-boat.org/
Il nome inquadra perfettamente il progetto di Ale (per i più attenti, si, è l’artefice dell’artwork dello split “The pAper chAse meet red worms’ farm” recensito sul numero 0… BRAVI!), Gianni e Simo, terzetto pesarese che si definisce punk, a quanto si può discernere dall’indirizzo mail, ma è un altro punk quello con cui si ha a che fare. Che tipo di punk? Ce lo potrebbe ben suggerire il titolo del disco, “Candore”, che ne rappresenta da un lato l’attenzione verso gli aspetti più romantici e Holdeniani della rabbia giovanile che sta comunque alla base del punk, e al tempo stesso la purezza e l’originalità degli intenti, allontanando così il gruppo anche dal giustificato sospetto di una nuova realtà emo. Anche la copertina comunica questo limbo adolescenziale, dove un volto dai tratti giovanili rimane sospeso fra le possibilità offertegli dalle ali di spiccare il volo o di nascondere le bruttezze e gli orrori del quotidiano e nascondersi dagli stessi. L’immaginario è anche nei testi sicuramente di tipo adolescenziale, ovviamente nelle sue connotazioni più dolorose e rabbiose, ma anche divertite, e richiama alla mente le pagine di Salinger e i disegni di Adrian Tomine.
Il disco è aperto da una batteria lontana e scarna, su cui va a innestarsi una chitarra nervosa. La ritmica cadenzata si perde nei piatti, e la voce ci porta in un posto a metà fra certo post-punk intimista (i Cure di 10:15 Sat. Night, per intenderci) e, in qualche modo, tra le atmosfere più essenziali degli Slint (peraltro richiamati in retro di copertina, con una foto di gusto Spiderlandiano). Nessuno dei due riferimenti va preso tout court, sia ben chiaro, il disco vive di un anima e di una grazia tutta sua, e potrebbe essere ben riallacciarsi punk, soprattutto per l’attitudine lo-fi, ma con forti dosi di intimismo. Insomma ci si trova di fronte ad un disco compatto, come una linea retta, da cui partono tante diramazioni che vanno a toccare altrettanti stili e generi, senza mai minacciare l’unicità del progetto.
Anche i testi vogliono essere anche minimalisti e sospesi (come in “Documento 1”: “Ah, se/ ti sembra facile/ ti sembra come se/ tutto più semplice..” o in “Persa”: “Anche se, non so se basta mai, non mi fa bene, tenere dentro, non so veder cosa rimane, se voglio parlarti, se voglio restare, ma quello che spinge è quello che resta e sembra rimasto”), fatti di parole semplice, quasi piccoli spunti di un profondo dialogo interiore da cui le parole che emergono sono solo una piccola parte del tutto. Il ripiegarsi su se stessi è ripreso dalle atmosfere nebulose di “Fratta” (“Io sto bene con te/Io non sono con te”) e dai giri cadenzati di “Capitale” (“Dimenticare è come decider/ ma non dice cosa sai di perdere/e niente sta bene”). Ed è proprio questo “niente sta bene” a rivelare la pruriginosa molla del gruppo, che lo fa portavoce di un mal di vivere legato al quotidiano, che va a trattare il dolore proprio come esso si palesa nei luoghi più consueti del singolo individuo.
Ad atmosfere così rarefatte si contrappongono poi anche scenari più ruvidi e scattanti, forse per certi versi anche più immediati e che si avvicinano di più alla produzione successiva ed attuale della band. La chitarra è percossa, diventa un tutt’uno con un cantato frenetico e strozzato. Basso e batteria seguono, riducendo il ritmo a quello che basta per accompagnare le sferzate del brano. Si passa dalla rabbia di “Troppo presto” (“Entro e spero di/non trovarti più..”) alla disillusa sconfitta di “Basta” (“Ho solo fatto basta!”). In questo secondo tipo di produzione si distingue forse il brano migliore del disco, “Pitagora”, percorso da una vitalità adrenalinica e da rabbia frenetica. Il cantato risulta un continuo snocciolamento di frasi brevi e concetti essenziali (“ma non ci credi, non voglio, non trovo, non penso, non c’e’!”) che ben si accompagna al rito incessante del brano, in una caduta continua fino allo straziante schiantarsi al suolo: “Io credevo che noi fossimo uno, soltanto uno”.
Un disco che brilla di una luce interna che potrebbe anche sfuggire all’orecchio più interessato al semplice impatto musicale, ma che saprà illuminare a giorno le camerette di chi saprà immergersi in tale candore. Da avere! (Per chi fosse interessato rimandiamo al sito della Love-Boat http://www.love-boat.org, così potete curiosare in giro, oppure direttamente alla pagina del gruppo:
http://www.love-boat.org/bands/altro.htm).
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  dicembre 2004
 
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