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AMUSEMENT PARK ON FIRE
s/t
label: V2 (2005)
formato: CD
genere: wave
riferimenti: Husker Du, Pixies, My Bloody Valentine
voto: 8
Provate a dire a mr. Micheal Feerick, mente e braccio armato del progetto A.P.o.F., che il suono delle chitarre elettriche è, oggi, nell'era in cui tutti possono fare musica grazie ad un computer e ad un buon programma, anacronistico e obsoleto. Provate a pensarla così anche dopo aver ascoltato questo coraggioso e ispirato album d'esordio che, lontano anni luce dalle pose di didascalica rielaborazione in chiave new wave (tanto care all'ultima ondata di neo wave-bands), affonda le proprie radici sonore nei terreni un tempo lussureggianti di vegetazioni Husker Du, Pixies, Swervedriver e My Bloody Valentine. E' da quella straordinaria lezione di rock indipendente e seminale, capace di codificare, ad un tempo, i canoni del pop obliquo come dello shoegaze più ieratico, che prende forme e risplende di luce propria il debutto di A.P.o.F., progetto one man band del giovane Micheal Feerick. In questo sfavillante esordio è, dunque, il sacro fuoco delle chitarre elettriche ad incendiare l'ascolto, inscenando paesaggi sonici rigogliosi di artifici pirotecnici. Sin dall'iniziale "23 Jewels", avvolta da un'aurea mesta e decadente, l'atmosfera risulta essere propiziatoria. Dalla quieta sordida dell'opening track agli incendi che divampano nella successiva "Venus in Cancer" il passo è breve. Le tracce scorrono senza soluzione di continuità, e lungo il sentiero ci imbattiamo nelle orchestrazioni post-punk di "Eighty/Eight" come nei riff della poderosa "Wiper". Una breve pausa a cotanto ritmo infuocato giunge dalle parti di "Asphalt": intro riservata alle morbide note del pianoforte su cui si sovrappongono progressivamente inserti di chitarre elettriche e ricami di violino, prima che l'orizzonte sonoro esploda in turbini elettrici che evocano domini Hope of the State. Ricaduti sulla terra, c'è ancora il tempo per gioire delle splendide evoluzioni emo sulle quali si regge "Smokescreen", per poi farsi avviluppare ancora dalla voluttà piena profusa dai ritmi romantici di "The Ramones Book" e dal metallico rumore bianco della conclusiva "Local Bay Makes God". E pensare che una quindicina di anni fa dischi come questo erano considerati la normalità, ma questa è (purtroppo) un'altra storia.
invia la tua recensione Christian Chiovetta
  ottobre 2005
 
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