| Caliamo subito le carte: il sesto album della band scozzese è tutto centrato sulla fine.
La fine di una storia d’amore, la fine di una convivenza, la fine di un album che non ha fine. L’atmosfera è quella malinconica, tipica degli Arab strap, anche se meno cupa rispetto a “the red thread” o a “elephant shoes”, e la musica e le liriche corrono abbracciate entrando nell’intimo dell’ascoltatore.
Si parte dalla profonda e rabbiosa “Stink” dove la chitarra distorta di Middleton accompagna, in parte del brano, la voce ringhiante di Moffat, mentre le parole di apertura sono inequivocabili nel loro rancore: “burn that sheets that we just fucked in”. Con lo stesso rancore è marchiata a fuoco “(If there’s no) hope for us”, dove il cantato mette in mostra i dubbi senza risposta che accompagnano la conclusione di una storia (“so when did you decide that I was vile?”) e la chiusura, orchestrata su un dialogo fra lui e lei, è lasciata ad una frase che non lascia scampo: “there’s no hope left for us”. È con il brano seguente, però, “Chat in Amsterdam/winter 2003”, che la fine ha luogo. Qui non solo non c’è speranza, ma è la vita stessa che viene a mancare:“my eyes are so black and wide, and if you look long enough you'll see there's not much life inside”. Non c’è più nemmeno dialogo lui/lei, bensì un soliloquio di sovraincisioni di voce cantante e voce recitante, con una base di fisarmonica a fargli da sfondo stonato.
Ma questa conclusione è solo una delle tante e di storie da raccontare ce ne sono ancora. Ecco, perciò, che, si arriva alla ballata, con batteria incalzante, di “don’t ask me to dance”, dichiarazione d’amore assoluto fra ragazzi, e alla “Confessions of a big brother”: apertura di un fratello maggiore che confessa all’altro di essere geloso della sua giovinezza. Tutto procede, invece, nella paura di dirsi cose così ripetute da perdere di valore in “Come round and love me”, mentre in “speed date”, brano strutturato sulla melodia ripetuta di Middleton, l’amore è visto dal punto di vista del momento, dell’istante, dell’esperienza che non avrà né futuro, né sentimento. Il sentimento è invece padrone assoluto di “Dream sequence”, primo singolo estratto dall’album, dove, al protagonista narrante, non interessa più ciò che fa la sua amata, tanto è consapevole che nei suoi sogni sarà sempre immobile e immutevole (“in my nightly reveries you are still the biggest star”). È in “Fine tuning” che, però, uno spiraglio si apre. Il pezzo, una ballata dolce e arpeggiata apparentemente registrata nella cantina di casa (ciò dà ancora più calore al pezzo), sottolinea la possibilità di amarsi anche quando la routine si è fatta strada nella relazione.
Ed eccoci arrivati alla fine, ma fine non c’è: “there is no ending”. Sembra che Moffat qui ci dica che è da mezz’ora che ci prende per il culo. La musica esplode e le trombe squillano: facciamo festa, la fine non c’è! È una specie di consolatoria pacca sulla spalla, che ci ricorda che non tutti i romanzi devono finire e che non tutte le storie si devono tagliare, se si apprezzano i difetti dell’altro. Questa è la sua ricetta.
“The last romance” è quindi un album che scorre, nei suoi trentasei minuti, con melodie estremamente orecchiabili, ma che, al tempo stesso, ristagna in testa, con le sue atmosfere malinconiche e i testi nei quali tutti si possono, più o meno, ritrovare. Moffat racconta infatti storie di tutti i giorni. Spia i suoi personaggi nei momenti più intimi e quotidiani e li fa aprire completamente, prima di dare lui la conclusione apparentemente liberatoria al discorso. È lui, infatti che ci dice che forse (sottolineo forse) non tutto deve finire, eppure questo sarà l’ultimo romanzo perchè “Volcanoes, earthquakes, tidal waves, heart disease and strokes, THEY'RE COMING! Terrorists with homemade poison, factions everywhere, THEY'RE COMING!”. |