Dopo tutto il gran parlare che si era fatto intorno alla figura di Pete Doherty, finalmente ci pensa la sua musica ad inquadrare le cose nella giusta misura. Messe da parte per un attimo le sue disavventure con la nota fidanzata, e dopo che il mostro è stato sbattuto in prima pagina per i suoi noti problemi di tossicodipendenza, sembra quasi un evento il fatto che questo disco sia giunto nei negozi, data la sua gestazione non proprio facile.
Giunto alla fine di un anno che ha decretato l’Inghilterra come vero e proprio centro propulsore della scena new rock, “Down In Albion” rischia seriamente di sbaragliare la concorrenza proprio in dirittura d’arrivo, come se Doherty e soci avessero deciso di mettersi in gioco nel momento in cui hanno capito che non hanno nulla da perdere, specialmente adesso che il loro futuro come band sembra già incerto.
Il suono di questo disco non si allontana molto dall’ultima prova dei The Libertines, infatti come produttore c’è sempre l’ex Clash Mick Jones, che conferisce alle canzoni un’ aria volutamente imperfetta (Sticks And Stones), che si sposa perfettamente col modo di cantare indelicato e svogliato di Pete Doherty (8 Dead Boys), perfetto e malsano interprete, decadente quanto basta per piacere anche a chi non ha digerito i superpompati Kaiser Chiefs o Bloc Party.
Oltre al primo singolo “Fuck Forever”, forse una delle canzoni più contagiose sentite nell’ultimo periodo, spiccano la nervosa “Pipedown” che incarna ed amplia l’urgenza post-punk dei Maximo Park, ed il duetto posto in apertura con la solita Kate Moss (La Belle Et La Bète).
Il lavoro di Patrick Walden alla chitarra è incisivo e ruvido abbastanza per incastrarsi con la tagliente sezione ritmica di Drew McConnell (basso) e Adam Ficek alla batteria, e forse proprio il fatto di aver un’occhio rivolto al passato ed ovviamente ai Clash, conferisce alle canzoni uno spessore maggiore, che in questo caso fa la differenza.
Lascia un po’ così l’episodio reggae di “Pentonville” (veramente superfluo), che dà spazio a “What Katy Did Next” parente povera e molto meno ispirata della famosa “What Katy Did” dei The Libertines.
Verso la fine dell’album ci si imbatte nella title track “Albion”, riuscitissima ballad dai buoni sentimenti, che Doherty il “maledetto” canta come un novello Dylan dei giorni nostri, e nell’accoppiata “Loyalty Song” (dove spunta un’armonica) e “Up The Morning”, in cui Mick Jones ci fa capire che i tempi di “Sandinista” non sono poi così lontani.
Insomma, a dispetto della lunghezza di questo lavoro (16 canzoni possono essere veramente un’arma a doppio taglio), qui c’è veramente poco da buttare, anche perché a suo modo “Down In Albion” appare come un lavoro ragionato maonesto, e di questi tempi non è poca cosa.
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