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C’è sempre qualcosa
di magico nei dischi di Badly Drawn Boy, qualcosa di fiabesco,
come se l’innocenza, e quindi la sincerità, nascoste
nel nome che il nostro si è scelto si trasponessero
nella sua musica.
E sono stati proprio i tratti poco definiti, “mal disegnati”,
di un pop dalle tinte lo-fi ( ma dal grande respiro melodico
) del suo esordio a rivelare un talento cristallino sul quale
poter scommettere, immediatamente, ad occhi chiusi.
Beata innocenza di un mondo visto con gli occhi di un bimbo,
quegli stessi occhi del protagonista di “About a boy”,
cui il nostro fece un po’ da papà e un po’
da fratello, guidandone le vicende con i brani di un altro
capolavoro, la colonna sonora del film.
La frenesia e la voglia di stupire, tipica di chi ancora pecca
di immaturità, guidarono la composizione di “Have
you fed the fish?”, subito bollato come opera minore,
nonostante il disco contenesse più di un motivo d’interesse.
Si è giunti ad oggi e a “One plus one is one”,
opera più quadrata e omogenea; opera leggiadra, perché
libera dal peso delle attese e, forse proprio per questo più
positiva e sognante; opera più classica se vogliamo,
ma sempre pulsante di fantasticherie innocenti, quelle stesse
che una volta raccontava a sé stesso e che ora forse
ha pensato per i figli.
Uno più uno uguale uno, visto che la matematica è
palesemente un’opinione, come simbolo di famiglia e
di ritrovata coerenza musicale.
Un classico, come detto, per queste sue aperture alla tradizione
folk, e per uno smisurato invaghimento per flauti e trombe.
Più piano e meno chitarre, insomma meno rock, e ancor
meno pastiche elettronici, rispetto alle opere precedenti.
Una vena romantica attraversa tutto l’ album e trova
i suoi picchi in “Easy love” e “This is
that new song”, nonostante non manchino brani più
vivaci come “Summertime in wintertime” e il suo
assolo di flauto palesemente jethrotulliano, e altri più
saltellanti, vedi Four leaf clover ( con quel “c’mon”
del ritornello che fa tanto Lambchop ) e “Logic of a
friend”. E se “Another devil dies” è
pop d’autore nella sua accezione più classicamente
bacharachiana sia “Year of the rat” che “Holy
grail” pagano il loro tributo di devozione ( sempre
latente nel nostro ) a John Lennon, quello del periodo solista:
cori angelicati accompagnano i crescendo melodici di piano
e voce. Non stupisca allora il fatto che il disco sia dedicato,
fra gli altri, al ricordo del compianto Elliott Smith, decisamente
più che un riferimento, una sorta di fratello putativo.
Mai banali poi i due intermezzi strumentali, più prog-folk
( alla Traffic, per interderci ) il primo, “The blossoms”,
più suggestivamente evocativo il secondo, “Stockport”,
che pare composto al piano di un fumoso pub della provincia
inglese.
Non tutto, ovviamente, scorre così placidamente perché
qua e là compaiono brusii di voci e accordi mandati
in reverse, inserti ronzanti di strumenti giocattolo e poi
campanelle e tintinnii in uno sfuocato ed etereo mondo di
balocchi e fiabe, tanto per chiudere il cerchio, e per stringersi
ancora in cerchio, in attesa di un’ altra storia. |
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