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BADLY DRAWN BOY recensione BADLY DRAWN BOY
One Plus One is One
label: XL Recordings (2004)
formato: CD
genere: rock cantautorale
riferimenti: Elliott Smith, John Lennon
links: http://www.badlydrawnboy.co.uk/
voto: 8
C’è sempre qualcosa di magico nei dischi di Badly Drawn Boy, qualcosa di fiabesco, come se l’innocenza, e quindi la sincerità, nascoste nel nome che il nostro si è scelto si trasponessero nella sua musica.
E sono stati proprio i tratti poco definiti, “mal disegnati”, di un pop dalle tinte lo-fi ( ma dal grande respiro melodico ) del suo esordio a rivelare un talento cristallino sul quale poter scommettere, immediatamente, ad occhi chiusi.
Beata innocenza di un mondo visto con gli occhi di un bimbo, quegli stessi occhi del protagonista di “About a boy”, cui il nostro fece un po’ da papà e un po’ da fratello, guidandone le vicende con i brani di un altro capolavoro, la colonna sonora del film.
La frenesia e la voglia di stupire, tipica di chi ancora pecca di immaturità, guidarono la composizione di “Have you fed the fish?”, subito bollato come opera minore, nonostante il disco contenesse più di un motivo d’interesse.
Si è giunti ad oggi e a “One plus one is one”, opera più quadrata e omogenea; opera leggiadra, perché libera dal peso delle attese e, forse proprio per questo più positiva e sognante; opera più classica se vogliamo, ma sempre pulsante di fantasticherie innocenti, quelle stesse che una volta raccontava a sé stesso e che ora forse ha pensato per i figli.
Uno più uno uguale uno, visto che la matematica è palesemente un’opinione, come simbolo di famiglia e di ritrovata coerenza musicale.
Un classico, come detto, per queste sue aperture alla tradizione folk, e per uno smisurato invaghimento per flauti e trombe.
Più piano e meno chitarre, insomma meno rock, e ancor meno pastiche elettronici, rispetto alle opere precedenti.
Una vena romantica attraversa tutto l’ album e trova i suoi picchi in “Easy love” e “This is that new song”, nonostante non manchino brani più vivaci come “Summertime in wintertime” e il suo assolo di flauto palesemente jethrotulliano, e altri più saltellanti, vedi Four leaf clover ( con quel “c’mon” del ritornello che fa tanto Lambchop ) e “Logic of a friend”. E se “Another devil dies” è pop d’autore nella sua accezione più classicamente bacharachiana sia “Year of the rat” che “Holy grail” pagano il loro tributo di devozione ( sempre latente nel nostro ) a John Lennon, quello del periodo solista: cori angelicati accompagnano i crescendo melodici di piano e voce. Non stupisca allora il fatto che il disco sia dedicato, fra gli altri, al ricordo del compianto Elliott Smith, decisamente più che un riferimento, una sorta di fratello putativo.
Mai banali poi i due intermezzi strumentali, più prog-folk ( alla Traffic, per interderci ) il primo, “The blossoms”, più suggestivamente evocativo il secondo, “Stockport”, che pare composto al piano di un fumoso pub della provincia inglese.
Non tutto, ovviamente, scorre così placidamente perché qua e là compaiono brusii di voci e accordi mandati in reverse, inserti ronzanti di strumenti giocattolo e poi campanelle e tintinnii in uno sfuocato ed etereo mondo di balocchi e fiabe, tanto per chiudere il cerchio, e per stringersi ancora in cerchio, in attesa di un’ altra storia.
  Mimmi
  luglio 2004
 
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