L'acquisto della versione limitata
di Medulla di Björk, che mi è stato recapitato
con almeno cinque giorni di ritardo rispetto all'uscita ufficiale,
edizione limitata peraltro assolutamente non all'altezza del
nome che porta (ora si tratta solo di recuperare un lettore
SACD per godere in pieno di tale supporto), mi ha permesso
di leggere molto e ascoltare poco. Leggere troppo, cose superficiali
e a sproposito. Ora ad ascolti fatti e approfonditi mi permetto
di scrivere alcune cose.
Medulla non è un disco solo vocale, non solo a giudicare
dalle note di copertina, inequivocabili per la presenza di
Matmos e Mark Bell, tra i tanti che con la voce non hanno
niente a che fare, ma anche a giudicare da un ascolto attento.
Certo, la componente vocale è forte più che
mai, ma non è certo una novità in Björk
che del fattore vocale ha sempre fatto un vessillo. Alla fine
la grossa novità vocale sono le collaborazioni con
musicisti prettamente vocali, come Robert Wyatt, Mike Patton,
i vocalist rumoristi Rahzel, Dokaka e Tagaq. Non sono invece
affatto una novità le collaborazioni con i cori, come
già avvenne nel Vespertine tour nei teatri del 2001:
allora si trattava del coro di voci di ragazze eschimesi,
qui del coro islandese o londinese. Come non sono una novità
le canzoni di stile antico, lentissime ballate ai limiti del
recital, anche in lingua islandese, con poco o senza accompagnamento
musicale: chi conosce bene la produzione di Björk sa
che ci sono sempre state e si sono intensificate da Homogenic
in poi (alla Generous Palmstroke, tanto per capirci: Show
Me Forgiveness, Vökuró, Öll Birtan, Sonnets/Unrealities
XI rientrano in questa categoria). Non lo trovo un disco sperimentale,
se non nella produzione che più che sperimentale è
diversa dal solito (ma, a ben pensarci, ogni disco di Björk
ha avuto una produzione diversa da quella del precedente);
non lo trovo un disco non pop, qualunque significato si voglia
attribuire alla parola: non è pop come non è
mai stato pop nessun lavoro di Björk; è invece
pop nelle sfumature e nell'appeal, come pop sono sempre stati
in tal senso i lavori di Björk. Così come è
altezzoso ed elitario come lo sono sempre stati i lavori di
Björk, ma qui la discriminante la fa la ricettività
del pubblico, che sembra sempre meno disposto a lasciarsi
andare ad un processo di ascolto che richieda un po' più
di attenzione del solito. Sono palesemente pop cinque pezzi
come Pleasure Is All Mine, Oceania, Mouth's Cradle, Triumph
of a Heart, Who Is It?, quest'ultima presentata in una veste
molto simile nel suddetto tour del 2001. Who is it? è
un pezzo di una solarità e allegria tra il caraibico
e il tirolese (se non è essere popular questo?), Triumph
of a Heart potrebbe diventare un pezzo da dancefloor e anche
una hit, se le logiche di quei settori non fossero dettate
da cecità e conformismo; Pleasure Is All Mine, Oceania
e Mouth's Cradle sono pezzi tipici della produzione di Björk
(quindi pop o non pop come tutti gli altri). Desired Constellation
e Midvikudage suonano come residui della produzione di Vespertine
: niente di sperimentale, a meno di non avere trovato sperimentale
Vespertine, e per Midvikudage mi spingerei addirittura a paragoni
con Headphones da Post . Risolti questi punti restano le vere
novità del disco, a conti fatti anche troppo poche
rispetto alle attese: Where Is the Line è un pezzo
di una bellezza sovrumana, extraterrestre appunto, erede del
sempre spiazzante Pluto da Homogenic . Il pezzo ha qualcosa
del Peter Gabriel del IV album, saranno i progressivismi di
Mike Patton che Björk sugge e metabolizza come un vampiro.
Così come metabolizza il Robert Wyatt da The End Of
An Ear in poi, e Submarine diventa un nuovo prototipo di duetto
vocalese-impro-jazz, quasi un acquatico battesimo impartito
dall'Anziano Druido alla Novizia. Ancestors, in tutto il suo
vocalismo accompagnato da pianoforte, è il pezzo che
paradossalmente più metabolizza il lavoro fatto da
Björk con i Matmos (si confronti ad esempio col loro
Quasi-Objects ): questa sì pura ricerca di suoni e
di stratificazioni, difficile sì, eppure bellissimo
e ancestrale come il titolo suggerisce: vengono in mente la
Kate Bush persa nel bush di The Dreaming, la Gerrard prima
dell'insania da colonna sonora, anche artiste più estreme
come Sainkho, Sussan
Deihim e Diamanda Galàs.
Essendosi letto veramente di tutto, ho cercato di attenermi
ad un'analisi scientifica, ai limiti dell'asettico: mi si
lasci uno spiraglio di emotività nel dire che Medulla
è un bellissimo lavoro come ne vorrei trovare più
spesso, profondo e suggestivo come di rado nel mondo pop-rock
(e, ahinoi, per questo sì poco pop e molto sperimentale);
come può esserlo una sinfonia di sospiri e suoni dell'inconscio,
un viaggio sotterraneo, un inno alla Madre Terra. |