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BLONDE REDHEAD recensione
BLONDE REDHEAD
Misery Is A Butterfly |
label: 4AD (2004)
formato: CD
genere: indie rock
riferimenti: Polvo, Broadcast
links: http://www.blonde-redhead.com/
voto: 8.5 |
Sono gli stessi che a metà
anni '90 citavano Pasolini e la (meglio) Gioventù Sonica
in "La Mia Vita Violenta"; gli stessi che tre anni
dopo cercavano di esprimere l'inesprimibile ("In An Expression
Of The Inexpressible", suscettibile al jazz come al noise);
quelli che quando batteva l'ora delle melodie al limone ("Melody
Of Certain Damaged Lemons"), nel 2000, spingevano il
loro culto oltre un oligarchico passaparola.
Adesso i Blonde Redhead venivano da un silenzio discografico
durato quattro anni (unica eccezione, il mini "Mélodie
Citronique"). Vuol dire che o era crisi o, più
serenamente, erano in corso i preparativi di alcuni cambiamenti.
La seconda ipotesi è quella giusta e i fatti lo dimostrano.
La prima novità è che il sesto LP esce su 4AD.
L'etichetta inglese degli eterei Cocteau Twins (ma anche dei
Pixies, per non dire di Bauhaus o Birthday Party) che si premura
di licenziare il nuovo album dei Blonde Redhead, succedendo
a Smells Like Records e Touch And Go: basta per il presagio
di qualcosa di affascinante. L'anticipo dato al Teatro Studio
di Milano il 20 febbraio era su questa lunghezza, con Kazu
spesso alla tastiera come nella conchiglia surrealista "Magic
Mountain", presentata con un lieve rossore (era pur sempre
la prova generale dei pezzi nuovi). "Misery Is A Butterlfy"
è ancora prodotto da Guy Picciotto dei Fugazi: il suo
lavoro è sempre distinguibile per l'accuratezza, l'attenzione
e la stratificazione con cui tiene insieme tutti gli elementi.
Questi sono l'eleganza raffinata e una certa spigolosità
surrettizia dei Blonde Redhead, il loro suono particolare
e solo un po' asimmetrico, la loro grazia e una capacità
di scrivere melodie diventata autorevole.
Si aggiunga a questo il poetico complemento degli arrangiamenti,
soprattutto di archi, la maggiore differenza rispetto agli
altri dischi del trio newyorchese. Sentirete in "Elephant
Woman", ballata dolce e dal lieve astigmatismo; l'ascolterete
nei passaggi alati di una "Messenger" e nel come
il carteggio e la storia di "Melody" siano in braccio
a volute liberty su di una rumba piramidale. L'autocommiserazione
ha i toni illuminati di una pensosità leggera, semplicmente
perfetta. Dopo i gemelli Cocteau sono altri due gemelli, questa
volta veri (Amedeo e Simone Pace), a scalare le stesse vette
empiriche con una musica diversa, una volta diversissima.
Ancora, due uomini e una donna come i primi Cocteau Twins:
Kazu Makino è la ragazza elefante fragile, vulnerabile
("non insistere, sono già ferita", supplica),
dal magone ali di farfalla e dalla voce di porcellana; Amedeo
l'uomo che cade e che non impara mai ("Falling Man").
Simone è l'immancabile metronomo, capace di latinismi
azzimati, di diffrazioni quantistiche, delle regolazioni di
una valvola sentimentale come la title-track: lì il
ticchettio delle bacchette è il vettore tempo, ne misura
lo scorrere come la sabbia nella clessidra e lascia che siano
i rintocchi del piano a scoccarne ancora più l'inesorabilità;
la macilenza discontinua della ritmica non compromette il
fluire armonioso. E avanzano al borsino delle citazioni il
senso tattile di viscosa in "Doll Is Mine", lo sbattere
d'ali delicato in "Anticipation", il flamenco criptato
di "Maddening Cloud", il trotto sicuro di "Pink
Love". Non cercate, all'interno di "Misery Is A
Butterfly", quale sia la nuova "This Is Not";
l'aderenza di queste canzoni non è epidermica, semmai
è un'infiltrazione sottocutanea. Non aspettatevi neanche
una "Mother", dacché l'unico rock and roll
seghettato e sonico è l'estremo finale "Equus".
Un disco la cui bellezza spirituale si protrae e rinnova a
ogni ascolto. Si dirà a ragione che, da qui, i Blonde
Redhead camminino al centouno per cento con le proprie gambe
e senza più le grucce di "Gainsbourg meets Sonic
Youth" o "Arto Lindsay incontra Lucio Battisti";
tutto vero, tutto provato. "Misery Is A Butterfly"
è la poesia dello spaesamento metropolitano, il "Lost
In Translation" (nel senso del film) della musica (rock?
pop? semplicemente moderna). Un trio apolide - due gocce d'acqua
italo canadesi e una squittente giapponesina a New York -
integrato alla grande nel cosmo estetico della città
adottiva.
Faranno bene a tenersi stretta questa loro felice anomalia. |
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