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BONGWATER
Double Bummer |
label: Shimmy-Disc (1988)
formato: CD
genere: American Underground, Experimental Rock
riferimenti: Beat Happening, The Mekons, The Flaming Lips,
Kramer, Camper Van Beethoven
voto: 8.5 |
Nati dall'incontro tra il geniale
manipolatore di suoni Mark Kramer e l'artista performance
Ann Magnuson, i Bongwater sono stati una delle esperienze
fondamentali degli anni '80. Fautrice di un anarchico connubio
fra rock psichedelico e teatro d'avanguardia, la band newyorkese
ha portato al limite estremo le intuizioni di artisti quali
Frank Zappa e Red Crayola, creando un assurdo baraccone in
cui convivono sonorità retrò, free-jazz, recitazioni
nonsense e collage surreali. Il tutto può essere semplicemente
inteso come il tributo di Kramer alla civiltà psichedelica
ma in realtà è molto di più: dando libero
sfogo alla sua indole eccentrica e al suo virtuosismo di produttore
e arrangiatore, Kramer ha elevato la psichedelia a categoria
metalinguistica in cui far confluire ogni segno, ogni simbolo,
ogni tipo di materiale sonoro a prescindere dal suo valore
effettivo. La voce della Magnuson non è che uno di
questi elementi, forse il più bizzarro, di certo non
il più rilevante. La forma prediletta dai Bongwater
è il collage free-form ipersaturo di eventi sonori,
una sorta di contenitore dove Kramer getta apparentemente
a casaccio tutto ciò che trova a portata di mano: frammenti
di conversazioni, nastri, melodie spezzettate, girandole di
strumenti, tutto gli è utile per creare un flusso di
coscienza in cui sballo lisergico e divertissement intellettuale
si compenetrino alla perfezione. Il gesto è di chiara
derivazione zappiana ma il risultato è ancor più
disorganico, forse più affine al discorso portato avanti
dagli altri grandi geni del collage sonoro, i Residents, ma
senza il loro piglio fatalista ed autodistruttivo.
Nel doppio album d'esordio Double Bummer
(1988) il gruppo perviene ad una sintesi monumentale di tutte
le diverse sfaccettature del loro sound. La furia distruttrice
di Kramer e l'audacia canora di Magnuson sono qui coadiuvati
(come nel precedente EP Breaking No New Ground) dai due comprimari
David Licht (batteria) e Dave Rick (chitarra) nonché
da ospiti del calibro di Coby Batty, Gary Windo e Don Cherry.
L'opera (una delle più importanti di tutti gli anni
'80) consta di trenta brani ed è un abbagliante caleidoscopio
di spunti a seguire, un disordinato e dispersivo ammasso di
pastiche surreali in cui strumentazione organica e sintetica
convivono schizofrenicamente.
Grosso modo si possono distinguere tre categorie di brani:
quelli caratterizzati dalle evoluzioni vocali di Magnuson
(abile nell'alternare cantilene ipnotiche a stranianti monologhi
teatrali in cui emerge prepotentemente il suo talento come
attrice), i collage astratti di Kramer (assoluto dominus dello
studio di registrazione, certosino assemblatore di miniature
sonore e polistrumentista eclettico) e le cover (ben sette)
completamente stravolte dalla mano criminale del leader. Alla
prima categoria sono riconducibili la furiosa Frank
(declamato omicida su sottofondo noise-jazz con finale di
coretti anni '20), il monologo della casalinga ridicola di
Joy Ride (archi in staccato, riff di punk da spiaggia
e jam blues), la dichiarazione d'amore della fan un pò
ebete ed esaltata di David Bowie Wants Ideas, la
litania maestosa di Jimmy, la vignetta surreale su
melodia surf di Decadent Iranian Country Club e le
recite angoscianti di His Old Look e Bruce,
entrambe avvolte in climi saturi di suspance. Della seconda
fanno parte alcuni degli esperimenti più avvincenti
di Kramer: l'orgia di riff esagitati, ululati demoniaci e
percussioni indiavolate di Lesbians Of Russia; collage
dadisti come Pornography o So Help Me God
(inserti di radiogiornali, vocine ridicole, feedback che sbucano
dal nulla, sketch da cabaret, arpeggi acustici, un discorso
di Raegan alla nazione, nastri che girano al contrario); la
cantilena orientale di Homer, l'ambient-trance di
Number, il jazz dilatato e spettrale di Double
Birth. Complementari all'operazione sono i brani non
originali: lungi dall'essere semplici riempitivi o bieche
riproposizioni (come accade, viceversa, nel 90% dei dischi
rock), le cover sono per Kramer un'altra forma ideale sulla
quale operare ogni genere di destrutturazione sonora. I materiali
di partenza sono pressochè irriconoscibili dopo il
trattamento chirurgico a cui vengono sottoposti: Rain
dei Beatles diventa il pretesto per una ninna nanna ipnotica,
un dolce sonno lisergico graziato da interventi di sax e dai
soliti trucchi di studio (culminanti in una curiosa riproposizione
delle vocine gnomiche di Syd Barrett); We Did It Again
dei Soft Machine degenera in una jam di hard-rock futurista,
mentre There You Go di Johnny Cash conserva la linea
vocale ma lo scarno tessuto strumentale (solo vibrafono, un
organetto, chitarra in delay e rumori concreti) trasporta
il tutto in territori confinanti con la new age. Gli esiti
sono addirittura esilaranti in Dazed And Chinese
dove il classico degli Zeppelin viene smembrato e ricomposto
al rallentatore mentre la Magnuson declama con enfasi banzai
il testo in cinese (!). Tutto il disco è pervaso da
uno spirito freak quasi terroristico e da un'ansia maniacale
di aggredire le forme pure: il blues deforme e martoriato
di Pew o il boogie dadaista Shark (ispirato
alle metriche paradossali di Captain Beefheart) mostrano un'attitudine
strettamente imparentata con lo spirito dissacrante dei primi
Butthole Surfers (nei quali Kramer ha suonato il basso prima
di fondare i Bongwater), mentre l'amore per i tardi '60 si
manifesta in tutta una serie di rievocazioni d'annata (in
Bullaby sembra d'ascoltare le armonie vocali dei
Jefferson Airplane collidere con gli esotismi degli Amon Dull
II) e nell'esasperazione della tecnica del montaggio zappiano
(Stone è degna dei grandi cineasti sovietici
degli anni '20). Una serie pressochè interminabile
di dialoghi "trovati" imperversa fra i solchi e
accentua (assieme alla presenza disturbante e catalizzatrice
di Magnuson) il carattere cinematico dell'opera. La satira
è spesso pungente, soprattutto quando Magnuson imperversa
con i suoi personaggi comici, patetici, morbosamente caricaturali
(assassine, psicopatiche, casalinghe insoddisfatte, groupies
idiote, ecc...) o quando si lancia a capofitto in un comizio
anti-Raegan nella memorabile filastrocca alla David Peel Raeganation.
Ogni brano è l'esasperazione del grottesco, dell'assurdo,
del caos. Nella sua monumentale impenetrabilità Double
Bummer è uno dei dischi più geniali
e bizzarri dell'epoca. Dopo questo capolavoro, i Bongwater
hanno inciso altri tre album: su The Power Of Pussy
(1991) è la Magnuson a dominare la scena con i suoi
monologhi logorroici ed iperrealisti (memorabile la lunga
ballata Folk Song), mentre in Too Much Sleep
(1989) e The Big Sell-Out (1992) Kramer omaggia
spudoratamente la stagione psichedelica con una raccolta di
composizioni ancora una volta eccentriche ma che non vanno
quasi mai oltre l'imitazione calligrafica delle solite fonti
di riferimento. Perduto (o attenuato) il piglio dadaista e
la voglia di sperimentare con lo studio di registrazione,
i Bongwater possono solo accontentarsi di riproporre il sound
dell'epoca, magari accentuando il lato parodistico dell'intera
operazione (specialmente in deliziose vignette kitsch come
Ye Olde Backlash, Mr And Mrs Hell o Flop
Sweats) o enfatizzando il talento di Kramer nel comporre
melodie quasi sempre originali e preziose (il valzer francese
Holding Hands, il carillon No Trespassing).
Il gruppo si scioglie poco dopo la pubblicazione dell'ultimo
disco, essendosi ormai fatta insanabile la divergenza di vedute
fra la Magnuson e Kramer: la prima troverà il successo
recitando in sit-com televisive mentre Kramer (genio bisbetico
più che mai riluttante a compromessi con il music business)
dedicherà anima e corpo alla sua etichetta discografica
Shimmy Disc (uno dei punti di riferimento di tutto l'underground
degli anni '90) e, nei ritagli di tempo, inciderà un'altro
dei dischi più importanti di tutta la storia del rock
(il triplo The Guilt Trip del '93). |
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