Più grande della vita. Trentasette anni di gestazione. Vedere la luce, sfiorare il sole fino a bruciarsi le ali e poi cadere giù. Sempre più in basso, senza fine. Senza speranza alcuna. Senza uscita apparentemente. Questo e altro è “Smile”. La storia di un uomo. Dell’uomo Brian Wilson, uno dei più grandi geni del Novecento tutto. E come tutti i geni amato, idolatrato, incompreso, unico (anche nel senso di solo), deriso, ridicolizzato, abbandonato, infine sconfitto.
Ma l’uomo, dopo anni di crisi, depressione e paranoia è riuscito a ritrovare da ultimo la forza dentro di sé e a riportare alla luce, a compimento, il lost album più famoso della storia del rock. La cui esistenza sconfinava oramai nella leggenda. Dalle proprie ceneri è rinato e grazie all’aiuto di “un piccolo esercito” di fedelissimi ha terminato una delle opere capitali dell’Arte di tutto il secolo scorso. Non c’è storia; al di fuori di ogni classificazione, di qualsiasi perfido giudizio di critici ipocritamente maldisposti, di qualsiasi ciancia moralistica, al di fuori del tempo e della coscienza umana.
Abbandonata l’epica giovanile delle tavole da surf, delle ragazze e delle automobili, rimaneva davanti a questo fantastico sognatore e cesellatore di suoni e armonie solo la pura poesia, solo l’Arte. Per chi sa la competizione con i Beatles non è mai esistita, si agiva su due piani completamente distinti; laddove si toccavano le corde di una generazione in essere, quest’uomo parlava direttamente con Dio.
Inutile recriminare ora sul ritardo accumulato, “Smile” è qui e ora, davanti a noi finalmente.
Infruttuosa risulta pure essere una descrizione dell’album canzone per canzone, giacché l’ascolto dell’opera è stato concepito fin dal principio per essere unitario; diviso in tre movimenti separati ma in stretta simbiosi fra loro. Come gli elementi base della vita. Un viaggio attraverso l’America, dal suo punto più orientale (Plymouth Rock in Roll Plymouth Rock) a quello più occidentale (Diamond Head nella splendida In Blue Hawaii). Meglio allora mettere in evidenza gli oramai mitici testi apparentemente così enigmatici (il famoso verso “Columnated ruins domino!” all’interno della meravigliosa, conturbante, Surf’s Up) scritti con Van Dyke Parks all’interno della “sandbox”. La buca nella sabbia che Brian Wilson si fece preparare nel salotto di casa e dove compose pagine memorabili di questa leggenda assieme al suo giovane compagno di viaggio.
La musica all’interno del disco poi non è altro che una summa di tutti i suoni e generi del Novecento (doo-wop, soul, blues, boogie, popular music, jazz, musiche per film, finanche avanguardia) ed è quindi uno dei vertici massimi di quell’idea generale di musiche giovanili poi confluite in quello che venne battezzato come rock’n’roll. Anche se il suono è più vicino a quello di una sinfonia, che a quello della chitarra di Chuck Berry. Basterà ricordare la presenza alla fine di questo trip musicale di un pezzo come Good Vibrations, una delle più splendide, scintillanti intuizioni musicali mai esistite. Una sinfonia pop di quattro minuti e mezzo che si avvicina pericolosamente all’infinito; dove ogni singolo elemento ha un suo motivo d’essere ed una sua bellezza intrinseca (l’assolo di violoncello, il suono del tannerin, la fantastica linea melodica, il coro celestiale), ma che nella sua interezza e combinazione produce qualcosa di assolutamente sovraumano, divino, incredibile.
Così tutto “Smile”. L’impianto modulare dell’opera, per cui è possibile udire la melodia di una strofa o di un ritornello di una delle prime canzoni in uno stacco di un pezzo verso la fine oppure sentire l’atmosfera di un breve frammento racchiuso in una traccia anticipare il tema principale del brano successivo, non fa altro che confermare la statura inarrivabile di questo gigante della musica moderna. Inutile e ambiguamente pregiudiziale anche considerare l’opera come superata dal mero punto di vista dei suoni o delle atmosfere, visto che è noto a tutti che l’opera è stata concepita più di trentacinque anni fa e che in ogni caso si pone al di fuori di qualsiasi modello e moda di suono presente e passato. Nel senso che se oggi “Smile” risulta fuori dal tempo, sicuramente lo sarebbe stato anche nel ’67, essendo troppo avanti per l’epoca; ma forse il fatto è che questo disco è troppo avanti ancora oggi (basti sentire una cosa come Mrs. O’Leary’s Cow nota anche come Fire, oppure Workshop e di seguito Vega-Tables o la già citata Surf’s Up con il suo tenebroso romanticismo).
Lassù nel tempo zero, irraggiungibile, inarrivabile, per sempre.
Grazie Mr. Brian Wilson, ora puoi finalmente sorridere. Smile! |