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BRIGHT EYES recensione BRIGHT EYES BRIGHT EYES
- I’m Wide Awake, It’s Morning
- Digital Ash In Digital Urn
label: Saddle Creek (2005)
formato: CD (10 tks, 45:41), (12 tks, 50:05)
genere: indie, folk rock
riferimenti: Elliott Smith, Beck
links: http://www.saddle-creek.com/
voto: 7

Sarà che in questo periodo dell’anno non sono ancora arrivate le novità musicali che in genere tracciano le coordinate per i mesi a venire, sarà che la stampa straniera più accreditata ha preso molto in simpatia questo 24enne dalla faccia pulita, o forse, non è da escludere che Conor Oberst è veramente bravo e per questo merita tutto lo spazio e le copertine che gli sono state dedicate nelle ultime settimane. Il rischio è che quando c’è così tanta aspettativa nei confronti di un lavoro discografico, se il processo è stato montato a dovere, ma non è confortato dai risultati, è destinato a sgonfiarsi nel giro di qualche settimana, rendendo praticamente nulli i successivi sforzi per togliersi di dosso l’etichetta di promessa mancata.
Il giovane cantautore proveniente dal Nebraska, non deve preoccuparsi di questa ipotesi, visto che nella sua seppur breve carriera è stato sempre capace di produrre ottimi album, nel loro piccolo suffragati da un ottimo riscontro sia da parte della critica che del pubblico. Per lui è solo giunto il momento di fare quel salto che oltre a renderlo la “next big thing” lo immetta di diritto tra i grandi cantautori moderni. Il quadro è lo stesso, è solo la cornice che si è allargata.
Prolifico come non mai pubblica due lavori che in comune hanno la componente cantautorale, ed un certo modo di cantare in alcuni momenti pigro ed indolente. Per il resto ci troviamo di fronte ad un lavoro prettamente folk rock, contrapposto ad un altro venato da una matrice elettronica. Il risultato spiazza e soprende al tempo stesso.
In “I’m Wide Awake…”, nei pezzi come “Train Under Water”, “Lua” o “Another Travelin’ Song” il linguaggio espressivo di Conor Oberst prende forma e si materializza in canzoni scarne, ma penetranti e sincere. Il rischio che alla fine le canzoni sembrino assomigliarsi tutte è scongiurato, e già dopo pochi ascolti tutto il lavoro assume una forma delineata, grazie anche alle ottime intuizioni che trovano spazio in “We Are Nowhere, And It’s Now” o nella semplice ballata country/folk “First Day Of My Life”.


In "Digital Ash In Digital Urn" invece il suono si fa più contemporaneo, sprazzi di elettronica affiorano in un clima generalmente meno leggero che nel disco complementare. Dopo tutto il suo modo di cantare non cambia molto, ma oltre all’immancabile chitarra acustica ci sono degli ottimi inserimenti in fase di arrangiamento che rendono il suono decisamente più vivace ed anche più coraggioso. Forse è anche per questo motivo che il giovane cantautore, come ha dichiarato in una recente intervista, tra i due lavori preferisce questo. Qui i riferimenti ai Magnetic Fields di “69 Love Songs” sono parecchi, anche se la classe dei Bright Eyes ha sicuramente un appeal maggiore e più incisivo. Canzoni come “Arc Of Time” o “Devil In Details” sono costruite con una cura minuziosa per i particolari che emergono poco alla volta. Trascinante anche “Ship In A Bottle”, mentre “Easy/Lucky/Free” si pone come degna e appassionante chiusura di un lavoro toccante che ha come filo conduttore i testi tutti incentrati sulla paura della morte.
E’ presto per parlare di un capolavoro o di un nuovo erede della canzone d’autore, Oberst è ancora molto giovane e risultati soddisfacenti come questo possono solo far sperare che in futuro la sua vena poliedrica possa essere messa a disposizione del suo talento già maturo, confermando la duplice ottima prestazione qui svolta.

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  febbraio 2005
 
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