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CAN recensione Tago Mago review recensioni
Tago Mago
label: Spoon Records (1971, ristampa 2004)
formato: CD
genere: experimental rock
riferimenti: Faust, Neu!, Cluster, Ash Ra Tempel, Amon Duul, Popol Vuh, Tangerine Dream, Kraftwerk
links: http://www.spoonrecords.com/
voto: 10
Germania, fine anni ’60, Colonia. Irmin Schmidt, di ritorno da un viaggio a New York, aggancia Holger Czukay, Michael Karoli, Jaki Liebezeit. Nascono i Can, che, nel castello di Norvenich, in una sala banchetti virata in studio di registrazione permanente, si allenano a diventare il primo gruppo post rock della storia. Riassumibili così in modo barbaro le premesse di “Tago Mago”, l’occasione della ristampa nel CD ibrido super audio di tutta la prima carriera dei tedeschi, incluso questo loro capolavoro, è buona per scrutare a posteriori in quell’avamposto del futuro (non plus ultra del kraut rock, germoglio di tante tendenze) e vedere il perché, già, di quel “post rock”. Perché Germania fine anni ’60, significasse Germania, anno zero. Colonia. Irmin Schmidt, tastierista, tornato dunque dal viaggio a New York che gli ha aperto gli occhi sul minimalismo e sul rock, aggancia Holger Czukay, chitarrista passato al basso, Michael Karoli, chitarrista rimasto tale, e Jaki Liebezeit, batterista free jazz tra i più fantasiosi trasformatosi in macchina umana del ritmo, oltre a Daniel Johnson, americano presente solo nelle primissime registrazioni. Dall’insieme di estirpati da settori sperimentali, classici, jazz, schierati a manipolo rock d’avanguardia, nasce una delle più influenti band della storia del genere. La sala concessa dal proprietario del castello di Norvenich è la base operativa (più tardi sostituito con un altro studio), quartier generale ove prendono forma le incisioni e persino i primi spettacoli, degli happening più che dei normali concerti. La chimica del gruppo è tutta particolare. Schmidt, fondatore, ha un background ultracolto, è già un direttore d’orchestra avviato; degli altri, chi è anche lui stato corsista di Stockhausen (Czukay), chi giovane allievo dello stesso Czukay (Michael Karoli), e chi, come Liebezeit si è formato in ambito jazz. Malcolm Mooney, che presta la voce al primo LP, “Monster Movie” è uno scultore afroamericano conosciuto dalla moglie di Smith, Hildegarde. Kenji “Damo” Suzuki, i Can lo conobbero invece che si esibiva in strada, a Monaco. Perfetto. Da quel momento è la voce. Suzuki, meno dilettantesco, meno impulsivo, faceva sì il busker a Monaco, ma con in curriculum una partecipazione a Hair di Andrew Lloyd Webber. Mooney si era perso di testa nella musica del gruppo ed era tornato negli USA. Damo, con un non-stile meno serrato e più melodico, influisce in modo diverso; comunque i Can la loro autodeterminazione strumentale non hanno bisogno di ritagliarsela - è già un loro presupposto. Tolti i punti di contatto con Frank Zappa, Velvet Underground, Hendrix, Pink Floyd, i Can divergono dal solo rock & roll di matrice anglosassone, si spingono molto più avanti dello stesso prog e ora verso James Brown, ora verso Lee Perry, John Coltrane, Steve Reich, Miles Davis, lo estendono e tirano come si farebbe con un elastico.
Il modo di operare fa la differenza, infatti, agendo in post produzione come il Miles Davis di “Bitches Brew”, i tedeschi prima improvvisano per ore e ore incidendosi su di un registratore due piste, quindi “edizionano” quanto sin lì ottenuto dopo aver accuratamente selezionato tranci significativi delle loro “composizioni istantanee” e assemblando così il prodotto finito. Dopo “Monster Movie” del 1969 (registrazioni antecedenti vedranno la luce in anni molto più tardi in “Prehistoric Future” e “Delay 1968”), contenitore di pezzi quali “Father Cannot Yell” (post Velvet ma pre Wire, Joy Division, Fall, Pere Ubu, Sonic Youth, Mission Of Burma, Jesus And Mary Chain, Slint e un sacco di altre cose), il rock acido di “Outside My Door” (la chitarra rimugina il riff di “Interstellar Overdrive” dei Pink Floyd, e l’armonica un tema da folk blues nordamericano) e la lunghissima sessione tribale di “Yo Doo Right”, dopo le musiche staccate raccolte in “Soundtracks”, tra cui la mantrica “Mother Sky” e l’inusualmente soffice “She Brings The Rain”, e prima di “Ege Bamyasi” e di “Future Days”, che in qualche modo certificarono la statura assoluta di questo quintetto, “Tago Mago”, del ’71, piazza i suoi sette memorabili componimenti. Nella lunare “Paperhouse”, raga spiraliformi e un ostensorio rock blues di Michael Karoli, il più giovane e l’unico con un retroterra rock, strisciano tra i crateri aperti e crepitano in una giungla di polivalenti nodi ritmici e armolodici.
Il canto “stoppa” la musica, la quale si svincola solo nel sorvegliato agire strumentale e altresì srotola tutto il suo multiforme plico, fiondata e come trattenuta - con un pratico ossimoro - sulla ciclicità del ritmo transennato dal meccanicismo di Jaki Liebezeit. Questo quando entrambi, canto e battere, non la fanno invece girare su se stessa ed è il karma dadaista di “Mushroom”, un hip o trip hop ante litteram, in cui Suzuki sembra alludere al ciclo infinito di morti e rinascite della metempsicosi orientale (“I was born and i was dead” ripete), che incespica e turnica continuamente su frasi salmodiate e sullo stesso motore a scoppio tarato a sincopi. La trance atonica di “Oh Yeah” è un poderoso raggiungimento collettivo in cui un mandala acid rock intoppa in un jazz elettrico e saturnale. Dal ruolo di poderoso incursore, il basso conquista il primo piano in venti minuti di mefisto-funkadelia con qualche pretesa surreale, figure enzimatiche di Karoli e fonemi protorumoristi di Irmin Schmidt: congegnato intorno al duo Czukay/Libebezeit, metronomo e dinamometro della formazione, il funky constrictor di “Halleluwah” rappresenta per i Can la scalata del Karakorum o del K2, il superamento della dialettica solisti/gruppo in favore di una rigenerante sintesi collettiva, riassunto delle linee direzionali sin lì incrociate (Suzuki cantando cita i titoli dei pezzi precedenti) a mo’ di teorema geometricamente dimostrato. L’alea polare e mistico-esperantista di “Augmn” auspica invece una ventina d’anni di musica pop e uno stock di successivi filoni: siffatti Can, in una rivista di venti minuti che li vede bonzi tibetani, sciamani, aborigeni, druidi e impassibili ultracorpi, si antepongono alla world music, all’ambient, alla musica industriale, alla trance, e danno direttive generali a tutto il post punk con una decina di anni di preavviso. L’anacoretica glaciazione di “Peking 0” adopera i primitivi tabulati elettronici e una primordiale drum machine con i melismi shaolin di Damo in un collage concentrazionario e post-confezionato tra un tempio scintoista, un padiglione psichiatrico e un opificio di automi, aprendo veramente voragini impensabili, tuttora piene di incognite affascinanti (era futuro per i ’60, i ’70, e forse lo è ancora oggi), tanto che “Bring Me Coffe Or Tea” suona, al confronto, rassicurante, quasi un ritorno all’ordine, eppure è un brano il quale, non solo perché la nostra è un’era di riciclo, suona ancora datato al minimo.
Una volta di più, un grande progresso di gruppo, e non dei solisti con una base. Sapendo che tanti si sono ispirati ai Can, si capisce il motivo. Al di là di “Mushroom” che trovate con il titolo di “Take Meta Mars” in un album dei Flaming Lips (“In A Priest Driven Ambulance”) e coverizzata a modello in “Barbed Wire Kisses”, la raccolta di singoli e lati B dei Jesus And Mary Chain, le voci in retro di “Kid A” dei Radiohead e di chissà quanti altri dischi si sentono in “Oh Yeah”, un brano come “Washer” degli Slint sembra curiosamente debitore a “Paperhouse”, la batteria di “Halleluwah” sarà campionata dai Primal Scream su XTRMNTR (con i groove di ritorno dai Chemical Brothers che gli stessi Primal avevano anticipato). Bobbie Gillespie non ha mai nascosto la passione per i Can (nel booklet c’è una sua nota) e nemmeno John Lydon: già alcune lunghezze di “First Edition”, e poi il rotolio funky di molti brani di “Metal Box” e l’etnologia di “Flowers Of Romance” dicono quanto i tedeschi possano avere influenzato i suoi PIL. Rimanendo in Germania, “Augmn” l’avranno ascoltata per certo gli Einstürzende Neubauten, e anche, perché no, il bardo terrorista elettronico Alec Empire. Rimanendo ai due brani più sperimentali di “Tago Mago” (il numero 5 e il numero 6), essi possono far pregustare i Cabaret Voltaire, i Killing Joke, o essere minacciosi quanto potranno esserlo i primi Swans. “La loro musica”, dice sempre Bobbie Gillespie di Schmidt e compagni, “era qualcosa che non avevo mai ascoltato prima, né americana né rock&roll, ma europea e misteriosa, un vero sound dell’occulto”.
Quando nel 1994 Simon Reynolds definirà su “The Wire” la sua estetica del post rock, e ne rinverrà i germi in una serie di artisti già oltre rock, i Can saranno tra questi. Mai, vantando tali ipoteche, sarebbero potuti mancare. Da qualunque parte li si giri e li si prenda, i sette pezzi di “Tago Mago”, rimasti tali anche nella ristampa più per onestà intellettuale che per tirchieria, rimangono un’esperienza fondamentale di ascolto. Dedicato a Michael Karoli, che purtroppo da un po’ ci è venuto a mancare.
invia la tua recensione Tommaso Iannini
  marzo 2005
 
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