recensione recensione discografia review recensione biografia recensioni recensione articolo monografia buy order online oggetto: recensione
 
CHARLES ATLAS recensione CHARLES ATLAS
To The Dust: From Man You Came And To Man You Shall Return
label: Ochre (2004)
formato: CD (10t - 71:48)
genere: slowcore, post-rock
riferimenti: Rachel's, Labradford, Piano Magic, Casino Vs. Japan, Bark Psychosis
links: http://www.charles-atlas.com/
voto: 9
Non potevano fare ritorno in una stagione più adatta il trio di San Francisco composto da Charles Wyatt, Matt Greenberg e Sacha Galvagna (ex Rosa Mota), ed è proprio alle porte dell’autunno che il progetto Charles Atlas torna a soffiare le sue atmosfere slowcore più intime e sognanti, delegando al loro nuovo album (il quinto) il compito di incantare gli amanti del genere ancora un po’ troppo smarriti forse dalla parziale soddisfazione ottenuta con la recente nuova apparizione dei Bark Psychosis. Per una band che portava un testimone forse troppo pesante da rigenerare a distanza di anni, eccone un’altra più fresca che mai, solida e sobria nei suoi arrangiamenti, decisa e ipnotica nello stendere sul pentagramma uno dei migliori lavori ascoltati negli ultimi tempi. Una creatura di circa 71 minuti che rimanda: ai Labradford di "E luxo so" o "Mi Media Naranja", ai Rachel’s di "Selenography", ai già citati Bark Psychosis, a "Gone To Earth" di Mr. Sylvian, Harold Budd, e a tanti altri numi del panorama post-rock i quali però improvvisamente sembrano ridimensionarsi nella nostra mente, sfocarsi, faticare ad emergere, e temere anche che queste vibranti diffusioni ci possano rapire definitivamente per adagiarci in un oblio sonoro dagli illimitati benefici sensoriali.
Le armi di seduzione di Charles Atlas sono molteplici, rinforzate anche dal violoncello di Zoe Keating, dal flauto di Leann Wright, dalla voce di Odessa Chen e dal trombone di Josè Alvarez, strumenti che si aggiungono alle chitarre, synths, organi e basso dei titolari, una macchina risonante con un cuore onirico ed una pulsante immaginazione cinematica.
La prima promenade “Neither Nor” è condotta da un basso sibillino ed un piano acquitrinoso ai quali si affiancano durante il percorso il fogliare di un violoncello sinuoso e synths melanconici. Si prosegue (“Demus”) incamminadosi verso orme sempre più crepuscolari, ricche di quieti più paesaggistiche con chitarre e organo evocativi ed il sussurrare rarefatto della voce di Odessa. Più ambient folk si presenta “Corona Norco”, sfiorando lidi nordici spesso rappresentati dalle elegie contemporanee dei Múm, mitigate da un violoncello roteante che sembra illuminare le figure notturne di algidi paesaggi. In “Edith” Odessa diffonde apertamente le sue calde liriche, circondandosi di avvolgenti stratificazioni auliche. Le quattro corde ci riportano sulla terra ferma, facendoci annusare tepori tra il romantico ed il decadente, giocando sempre con timide e distanti chitarre, essenziali armonie analogiche ed un trombone enigmatico, “Signal Flags” è un nuovo lungo vibrante itinirario ricco di eremi scintillanti. “Photosphere” esterna impulsi più energici facendo uso di cicli più ossessivi e ammiccanti. “Chapultepec” lascia uscire da magmatiche propagazioni boreali una lineare fuga acustica insediata da lineamenti jazz ed effusioni retrò. Ancora un cambio di scenario con “Seven Digit Clock”, lo sguardo tende a spingersi verso l’alto, il campo stellato sembra comparire per la rima volta sulle nostre teste, le oscillazioni delle chitarre e delle tastiere si allungano sempre più, e da queste improvvise onde psichedeliche vengono trasportate registrazioni radio e basse frequenze. Forse ancora in orbita, forse a cavallo di satelliti silenziosi, arriviamo sulle note asciutte del piano e degli echi siderali che caratterizzano “Primo Levi”; uno statico riflesso pianeggiante, immerso in una imponente calma elegante. Conclude “Dipole Moment” che si manifesta erigendo minimali sperimentazioni space e dissonanti voragini astrali, un labirinto conico dalle versatili frequenze che vanno poi a salire su un’ultima funicolare armonica.
Il raffinato rintocco di nostalgie subliminali erose da maree di celluloide...
invia la tua recensione Francesco
  settembre 2004
 
TOP