Strano caso, questi Chikinki,
come strano e buffo peraltro il loro nome.
Perchè il quintetto di Bristol, giunto sino a noi
ora con il loro esordio, in verità esiste dai primi
anni di questo nuovo millennio, esattamente dal 2001, quando
esordirono con un EP e una canzone trainante (“Like
it or Leave it”) un pelino demodè: si trattava
infatti di drum'n'bass con base ritmica ultra riciclata,
adatta “solo” a ballare, senza pensare ad alcun
contenuto. Insomma il progetto nasceva con tutti i presupposti
per essere fagocitato dalla ventata inglese del “nuovo” (....)
rock'n'roll.
Quello che ci propongono ora, alla lunga distanza, conserva
il lato danzereccio ma acquista notevole spessore con chitarre
taglienti e ritmate come un metronomo: il paragone -se
mai dovesse esserci- con i belgi Soulwax può scattare
quasi già alle prime note dell'opener “assassinator
13”, nella quale un ossessivo ed incalzante ritmo
elettro-punk in salsa future-clash induce al ballo scatenato
in pista. Quello che manca è la continuità,
laddove può essere riconducibile ad una scarsa personalità.
Tutto si esaurisce nelle prime tracce (“Ether radio”,
arpeggi e riffs quasi epici mischiati all'elettronica da
laptop usata con giusta moderazione), dove i ragazzi si
giocano tutti i tributi, palesi o meno. Si va così da
neanche tanto vaghi sentori di Primal Scream, ai già citati
Soulwax (ma ahinoi, con le dovute proporzioni), il tutto
miscelato con un gusto glam-coatto (“Scissor, paper,
Stone”) che, se a tratti può risultare utile
a dare mordente, d'altra parte risulta stucchevole, di
un kitsch fuoriluogo e fuori tempo massimo.
Sinceramente a tratti ci si chiede che cosa davvero abbia
portato il loro nome alla ribalta della stampa, e la risposta
la si potrebbe trovare più nei crediti del disco che
non nei contenuti: alla “regia” troviamo infatti
il produttore di U2, New Order eccetera, in concreto la pedina
giusta per essere lanciati nell'ambiente dove solo una smentita
live (fra pochi giorni in Italia) della loro pochezza potrebbe
esonerarli da una definitiva bocciatura. Un disco prescindibile,
se non per i maniaci del genere electropop da club. |