Jason Pegg e soci, ovvero Clearlake, costituiscono il tipico esempio di indie-band lontana dai rumori della ribalta. Forti di due album - l'esordio "Lido" ed il seguito "Cedars" - grazie ai quali il gruppo di Brighton si era fatto apprezzare per la ricercatezza pop della scrittura, con questo nuovo "Amber" i nostri provano a tirare fuori gli artigli. Rimanendo fuori dal guado che è la rivisitazione post-punk di oggi (almeno in Gran Bretagna), la sotterranea formazione inglese aggiunge un sostanzioso tocco bluesy al proprio repertorio; tale aggiunta non rivoluziona certo il tiro della loro musica, fatto di un guitar-rock colmo di rifrazioni psych, ma ne èleva lo stato muscolare del loro sound. Una forma rock più diretta e snella è, allora, quello che salta fuori all'ascolto del disco, sebbene non manchino la solita perizia armonica riservata alle parti vocali ed una attitudine melodica assai intrigante. Il disco parte sui riff tirati e le melodie asciutte di No Kind of Live, sfoderando chitarre à la Six by Seven su rotonde linee wave di basso. Neon è un hard-rock suonato in una jam session tra Queens of the Stone Age e John Spencer, mentre il blues-rock di Finally Free pesca a piene mani dal repertorio più obliquo degli anni settanta. Non mancano, tuttavia, esplorazioni armoniche più intimiste (la rem-miana e notturna You Can't Have Me), come pure danze ambientali ammantate da romantici archi (Amber).
Degne di nota, infine, le raffiche elettriche di IHate It..., le tensioni irrisolte dello psicodramma Here to Learn, e le ritmiche ostinate di It's Getting Light Outside. Di quei dischi che non sconvolgono l'esistenza, ma che non sarebbe male ne uscissero di più. |