| Halfway To You, il nuovo album
del trio canadese Coastal, 'scende' sulla Terra per
rinnovare la linfa delle più mistiche navigazioni sideree
ascoltate dai nostri sensi. Le nove tracce del CD dipingono
pregiate tele slow-core capaci di inserirsi degnamente nelle
più ricercate e sognanti gallerie aurali già
firmate da formazioni del calibro di Low, Mojave 3 o Spiritualized.
Le liriche si distendono sulle sibilline sovrapposizioni vocali
di Jason e Luisa Gough, ai quali viene affidato il compito
di dare una forma consistente alle evanescenze sognanti delle
musiche. Si procede lungo tutto il viaggio toccando inconsuete
rêverie ultraviolette, illuminate da flebili
armonie cangianti, un’alternarsi di suggestioni languide
cullate da creazioni sempre fresche e stimolanti.
“Until You Sleep” si presenta con
un distaccato incedere acustico malinconico e trasparente,
dove le parti vocali si elevano al di sopra delle nuvole
per raccontarci sinuose penombre oniriche ed intimi paesaggi
autunnali. Tiepide emulsioni astrali emergono dalle fissità
visionarie di una superba “Eternal”,
alla quale il richiamo di un ispirato quartetto d’archi
imprime una irraggiungibile ed elegiaca leggerezza. Attraverso
le proiezioni folkedeliche (vedi Mojave 3, Jessica Bailiff)
della title-track vengono assorbite ulteriori percezioni
armoniche sorrette questa volta anche da una meditativa
linea ritmica. “Leaves” cerca estetiche
sempre più diradate, diluendo ogni sonorità
con algide secrezioni cinematiche. A seguire la breve “Night
Sky” che sembra osservare il campo stellare in
solitudine senza rinunciare di emettere nell’etere
impercettibili segnali Eno-iani. “We Won’t
Last Another Year” è essenziale nelle
distensioni e piacevolmente cadenzata nella sua esposizione,
ancora le due voci che duettano e si intersecano come sfocate
reminiscenze. Più romantici (…togheter in love…)
sembrano essere i passi echeggianti di “Drift”,
bagliori evocativi alla deriva tra graziose onde tonali.
In “London In February” si mettono
in luce ambientazioni e registrazioni urbane per dar vita
ad una fugace e uggiosa istantanea. Dulcis in Fundo…
gli otto minuti di “So Close” incorniciano
un ascolto indimenticabile, notevoli le evoluzioni liquide
degli archi e delle tastiere, l’ostinato di basso
e batteria, il sobrio fluire delle chitarre. Definitiva
e liberatoria è la serenità che irrompe alla
fine di questo fragile limbo siderale, il tempo riacquista
la sua rotta ed il cuore la sua coscienza. Le serafiche
spire dell’abbandono non sono mai state così
indispensabili. |