In una sua recente intervista
Robert Smith affermava di aver raggiunto una maturità
artistica che gli altri componenti del suo gruppo (considerato
che ne sono passati almeno una decina che possono dire di
aver suonato nei Cure è un pò difficile capire
a chi si riferisca n.d.a.) non avevano raggiunto, e se il
buon giorno si vede dal mattino, dopo l’ascolto di
questo lavoro, vuol dire che il nostro non si è accorto
di essere diventato un gambero e certamente la modestia
è un qualità alquanto sconosciuta a “ciccio
bob” basti pensare che già in epoca non sospetta,
siamo nel 1983 all’epoca dell’uscita del singolo
"Let’s Go to Bed",
minacciava di rompere le gambe a Chris Parry (talent scout
della Polydor che li scoprì).
Oggi coprendosi con la scusa di rifiutare etichette in modo
da poter dare sfogo a tutte le sue manie di pretenziosità
ed egocentrismo, non da ultimo il voler insistere ad apparire
in pubblico come se per Lui il tempo si fosse fermato (ha
raggiunto i 45) al 1982, cambia etichetta e dice di andare
incontro ad una nuova giovinezza ma, sicuramente, più
di una spia rossa si sarà accesa, per chi come me
ha una certa dimestichezza con le etichette, nel sapere
che l’incisione di quest’album sarebbe venuto
sotto l’algida della Geffen considerando che di questa
etichetta tutto si può dire meno che sia una dama
di carità, quindi i gruppi che non vendono (possono
essere pure i Pink Floyd di nuovo guidati da Syd Barrett)
vengono fatti accomodare fuori dalla porta senza tante gentilezze
e considerato il prodotto che Smiths e compagni testè
ci propongono, questi avranno recepito al meglio quest’ultimo
messaggio.
Conseguentemente sarebbe stato meglio che il nostro mettesse
fine alla carriera dei Cure per intraprendere la tanta sospirata
carriera da solista, sempre tanto ventilata, considerando
che in tutto l’album non emerge nulla che possa far
ricondurre il suono a quello del suo gruppo che pure in
tutti questi anni ha toccato diversi generi musicali e producendo
album, tipo "Wild Mood Swing",
che più di una volta hanno disorientato l’ascoltatore,
che comunque si è sempre trovato di fronte ad album
di spessore indipendentemente da sfacciate manovre commerciali.
Nel caso di questo omonimo album invece niente, forse reduce
da diverse collaborazioni con i più svariati artisti
Robert Smith è entrato nello studio di registrazione
confuso (senza saperlo) con la consapevolezza di poter fare
ancor di più il padrone della situazione accompagnato
questa volta da produttori che nel corso della loro carriera
hanno avuto a che fare con tipi che, al di là delle
vendite, hanno sempre suonato sopra le righe proponendo
più che un suono un'immagine, facendo passare in
secondo piano le questioni prettamente musicali.
Purtroppo sono poche le cose da salvare in quest’album
e lo stesso singolo con i suoi ‘stop and go’
fa tornare alla mente in più di un occasione certe
cose alla Blink 182 (anch’essi omaggiati nel loro
ultimo singolo da Smith), mentre in altre lascia a dir poco
di stucco l’ascoltatore proponendo un’aggressività
fine a se stessa, di quelle tanto care agli adolescenti,
che si giustifica solo nel voler a tutti i costi seguire
quelle che sono le mode del momento nel tentativo anche
di dare un suono che più si avvicinasse alla politica
commerciale della Geffen, alla luce del fatto che seppur
il suono potrà apparire pulito all’ascoltatore
più attento subito appare confuso e frammentario
sacrificato alla voce di Robert Smith che nell’andare
a dominare tutta la scena dell’album fa passare in
secondo piano la pur debole struttura musicale dei suoi
comprimari (chissà come sarà contento Simon
Gallup che 22 anni fa per la produzione sopra le righe di
uno Smith sempre in vacanza nei suoi ‘paradisi artificiali’
in "Pornography" venne
quasi alle mani con questo) che si sforzano di apparire
in tutti i brani per poi essere inesorabilmente messi in
secondo piano dal lavoro fatto alla consolle; mi spiace,
credetemi, ma l’album non offre nessuno spunto degno
di essere menzionato ed anche quanto si ritorna a certe
atmosfere ‘dark’(?) il tutto appare privo di
sincerità ed il lavoro si snoda durante i 55 minuti
della sua durata sempre uguale senza guizzi di nota e lo
stesso songwriter questa volta è privo di significato,
la stessa "Lost" con la frase ad effetto
posta in apertura ‘I Can’t Find Myself’
sembra essere messa lì solo per compiacere i pruriti
adolescenziali di chi si sente alternativo solo perché
ascolta Marilyn Manson e simila.
In definitiva crediamo che l’album forse venderà
e parecchio, data l’insipienza musicale dell’ascoltatore
medio sempre attento ad essere trendy e cool, però
non è qui che si possono trovare i veri Cure, quantomeno
data la passione del nostro per Jimi Hendrix (vedi la cover
di "Foxy Lady" o "Purple Haze") si poteva
orientare il tutto ripescando qualche produttore di quell’epoca,
se proprio si voleva cambiare registro, ma d’altronte
‘ciccio bob’ crede di essere entrato nell’Olimpo
e pare destinato a diventare un novello Brian Eno cioè
sempre presente, ci vuole o non ci vuole, peccato che questo
suo status gli faccia credere di poter fare il bello ed
il cattivo tempo (vedi suo lavoro in Junior Jack quanto
meno qui non si prendeva sul serio), non accorgendosi che
il Re è ormai nudo.
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