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THE CURE
The Cure
label: Geffen (2004)
formato: CD
genere: alternative rock, dark, wave
riferimenti: Siouxsie & the Banshees
links: http://www.thecure.com/
voto: 4

In una sua recente intervista Robert Smith affermava di aver raggiunto una maturità artistica che gli altri componenti del suo gruppo (considerato che ne sono passati almeno una decina che possono dire di aver suonato nei Cure è un pò difficile capire a chi si riferisca n.d.a.) non avevano raggiunto, e se il buon giorno si vede dal mattino, dopo l’ascolto di questo lavoro, vuol dire che il nostro non si è accorto di essere diventato un gambero e certamente la modestia è un qualità alquanto sconosciuta a “ciccio bob” basti pensare che già in epoca non sospetta, siamo nel 1983 all’epoca dell’uscita del singolo "Let’s Go to Bed", minacciava di rompere le gambe a Chris Parry (talent scout della Polydor che li scoprì).
Oggi coprendosi con la scusa di rifiutare etichette in modo da poter dare sfogo a tutte le sue manie di pretenziosità ed egocentrismo, non da ultimo il voler insistere ad apparire in pubblico come se per Lui il tempo si fosse fermato (ha raggiunto i 45) al 1982, cambia etichetta e dice di andare incontro ad una nuova giovinezza ma, sicuramente, più di una spia rossa si sarà accesa, per chi come me ha una certa dimestichezza con le etichette, nel sapere che l’incisione di quest’album sarebbe venuto sotto l’algida della Geffen considerando che di questa etichetta tutto si può dire meno che sia una dama di carità, quindi i gruppi che non vendono (possono essere pure i Pink Floyd di nuovo guidati da Syd Barrett) vengono fatti accomodare fuori dalla porta senza tante gentilezze e considerato il prodotto che Smiths e compagni testè ci propongono, questi avranno recepito al meglio quest’ultimo messaggio.
Conseguentemente sarebbe stato meglio che il nostro mettesse fine alla carriera dei Cure per intraprendere la tanta sospirata carriera da solista, sempre tanto ventilata, considerando che in tutto l’album non emerge nulla che possa far ricondurre il suono a quello del suo gruppo che pure in tutti questi anni ha toccato diversi generi musicali e producendo album, tipo "Wild Mood Swing", che più di una volta hanno disorientato l’ascoltatore, che comunque si è sempre trovato di fronte ad album di spessore indipendentemente da sfacciate manovre commerciali.
Nel caso di questo omonimo album invece niente, forse reduce da diverse collaborazioni con i più svariati artisti Robert Smith è entrato nello studio di registrazione confuso (senza saperlo) con la consapevolezza di poter fare ancor di più il padrone della situazione accompagnato questa volta da produttori che nel corso della loro carriera hanno avuto a che fare con tipi che, al di là delle vendite, hanno sempre suonato sopra le righe proponendo più che un suono un'immagine, facendo passare in secondo piano le questioni prettamente musicali.
Purtroppo sono poche le cose da salvare in quest’album e lo stesso singolo con i suoi ‘stop and go’ fa tornare alla mente in più di un occasione certe cose alla Blink 182 (anch’essi omaggiati nel loro ultimo singolo da Smith), mentre in altre lascia a dir poco di stucco l’ascoltatore proponendo un’aggressività fine a se stessa, di quelle tanto care agli adolescenti, che si giustifica solo nel voler a tutti i costi seguire quelle che sono le mode del momento nel tentativo anche di dare un suono che più si avvicinasse alla politica commerciale della Geffen, alla luce del fatto che seppur il suono potrà apparire pulito all’ascoltatore più attento subito appare confuso e frammentario sacrificato alla voce di Robert Smith che nell’andare a dominare tutta la scena dell’album fa passare in secondo piano la pur debole struttura musicale dei suoi comprimari (chissà come sarà contento Simon Gallup che 22 anni fa per la produzione sopra le righe di uno Smith sempre in vacanza nei suoi ‘paradisi artificiali’ in "Pornography" venne quasi alle mani con questo) che si sforzano di apparire in tutti i brani per poi essere inesorabilmente messi in secondo piano dal lavoro fatto alla consolle; mi spiace, credetemi, ma l’album non offre nessuno spunto degno di essere menzionato ed anche quanto si ritorna a certe atmosfere ‘dark’(?) il tutto appare privo di sincerità ed il lavoro si snoda durante i 55 minuti della sua durata sempre uguale senza guizzi di nota e lo stesso songwriter questa volta è privo di significato, la stessa "Lost" con la frase ad effetto posta in apertura ‘I Can’t Find Myself’ sembra essere messa lì solo per compiacere i pruriti adolescenziali di chi si sente alternativo solo perché ascolta Marilyn Manson e simila.
In definitiva crediamo che l’album forse venderà e parecchio, data l’insipienza musicale dell’ascoltatore medio sempre attento ad essere trendy e cool, però non è qui che si possono trovare i veri Cure, quantomeno data la passione del nostro per Jimi Hendrix (vedi la cover di "Foxy Lady" o "Purple Haze") si poteva orientare il tutto ripescando qualche produttore di quell’epoca, se proprio si voleva cambiare registro, ma d’altronte ‘ciccio bob’ crede di essere entrato nell’Olimpo e pare destinato a diventare un novello Brian Eno cioè sempre presente, ci vuole o non ci vuole, peccato che questo suo status gli faccia credere di poter fare il bello ed il cattivo tempo (vedi suo lavoro in Junior Jack quanto meno qui non si prendeva sul serio), non accorgendosi che il Re è ormai nudo.

invia la tua recensione Gianluca D'Amato
  luglio 2004
 
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