Sull'utilità e sulla
correttezza dei cofanetti se ne potrebbe parlare ore; credo
che tutti abbiano almeno una delusione conseguente all'acquisto
di uno di questi spesso costosi ed ultra-fashion raccoltoni,
molte volte più legati a scadenze commerciali e ad
operazioni di immagine che non ad effettivo bisogno, e dedicati
più che altro al morboso desiderio dei fan di avere
le chicca o perlomeno l'ennesima emanazione dell'idolo di
turno. Lasciatemi togliere un sassolino dalla scarpa: la
pur validissima Björk, ad esempio, ha inondato il mercato
di cagate ultracostose di utilità musicale pressoché
nulla, se non quella dell'hype e del soprammobile trendy.
D'altronde, gli stessi Cure hanno vegetato gli ultimi anni
nutrendosi di compilation raschiabarile e nascondendosi
nella costante minaccia/proposta di sciogliersi ("Cut
here"), pur mantenendosi di gran lunga sopra la media
grazie ad un attività live degna di nota, ultimamente
documentata dal doppio DVD "Trilogy".
Ed ecco che anche i Cure, in conclusione del contratto con
la Fiction, e appropinquandosi a quello che i più
vicini al gruppo vedono come un salto nel buio, nelle braccia
della Nowhere Records di Ross "Nu Metal" Robinson,
mettono sul mercato il loro cofanettone.
Di qui in poi, vi avverto, sarà difficile per me,
che con i Cure ci sono cresciuto, non indulgere ad incensamenti
o a livori nei confronti del prodotto, che si presenta nella
migliore delle tradizioni con un packaging ultra curato:
un librone con 4 cd sulla seconda e terza di copertina,
e un sacco di paginone ricche di foto e dichiarazioni, che
danno un quadro ben dettagliato sulla genesi delle singole
canzoni, per un totale di 70 canzoni distribuite su più
di 300 minuti.
Il raccoltone nasce sotto una benaugurate dichiarazione
del sig. Smith, che, affascinato fin dalla gioventù
dalle b-side come occasione per regalare un qualcosina di
diverso e di particolare del gruppo, dice di aver seguito
questa proposizione d'intenti anche durante la carriera
della sua band. E in molti casi ci è riuscito, rivelando
una prolificità ed un'immaginazione che espande l'universo
cure a galassie molto pop, a volte jazzy, a volte claustro-depressive
a volte solo sfiorate della già di per sé
variegata discografia ufficiale.
Le canzoni sono riportate in rigoroso senso cronologico,
e per molti, soprattutto per i malati di new wave, il primo
disco sarà una chicca, perché fornisce ulteriori
perle al periodo più alternativo dei Cure, quello
dei primi quattro dischi. Ci si ritrovano le classiche schegge
post-punk ("Pillbox tale", "Another Journey
by train", "I'm cold"), accenni agli svarioni
funky dell'epoca ("Do the Hansa"), che molto ci
chiariscono anche sulle attuali tendenze (un paragone con
i Rapture è inevitabile), e segnalando il forte incupirsi
dei successivi tre dischi (la psichedelia black di "Descent"
e la super claustrofobica "Splintered in her head").
Del periodo immediatamente successivo l'apertura pop è
accreditata da brani divertentissimi ("Mr. Pink Eyes",
coeva degli ultrazuccherosi "Lovecats") e di solido
pop ("The exploding boy" e "New day",
che caricano di forza e di pathos i brani a là "Inbetween
Days"), mentre la prima versione della già edita
Lament regala uno spigolo ombroso in più della caleidoscopico
spirito musicale di Robert Smith.
Lo stesso si ripropone, se pur in maniera più sfilacciata
nei dischi successivi, in prevalenza nel secondo e nel terzo,
dove le canzoni vanno a tracciare una vera e propria discografia
parallela, o, meglio ancora, concentrica visto le varie
direzioni in cui essa si spinge. I momenti di grazia compositiva
dei Cure, in particolare quelli dello sugar-pop di "Kiss
me Kiss me Kiss me", quello più darkeggiante
di "Disintegration" e quello rock di "Wish"
regalano canzoni che amplificano le tematiche dei dischi,
come nel caso di "Like snow in summer" o di "The
big hand", o, talvolta, virano verso sentimenti all'opposto,
come la solare "2 Late", raggio di sole che fa
capolino tra le nebbie di "Disintegration".
Ad ogni modo gli ultimi tre dischi sono di caratura leggermente
inferiore per il classico scotto che i raccoltoni devono
pagare: quello di contener brani di pesante inutilità,
dai remix cool dell'ultimo periodo, ai contributi estemporanei
a colonne sonore e compilation di vario genere (ok, ok,
"Burn" de Il Corvo non si tocca, ma quella di
Dredd?!), o, peggio ancora, alle cover, esperimenti finora
sempre votati all'insuccesso per i Cure (se si vuol tralasciare
quella versione della Doorsiana "Hello, I love you"
di 10 secondi!!).
Insomma inutilia prevedibili a parte, il gioco vale comunque
la candela, davvero, e, venendo ad un doveroso pragmatismo,
stavolta i soldi non vanno a finire nel cesso: cosa succederà
ai cure di qui in poi solo Dio lo sa, ma vale la pena immortalarli
e ricordarli un'altra volta nel loro splendore compositiva
ed emozionale, in quell'istante faustiano che vale la pena
d'esser vissuto.
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