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THE CURE recensione Pornography Pornography
Join The Dots
label: Fiction (2004)
formato: 3CD
genere: post-punk, dark
links: http://www.the-cure.com/
voto: 9

Sull'utilità e sulla correttezza dei cofanetti se ne potrebbe parlare ore; credo che tutti abbiano almeno una delusione conseguente all'acquisto di uno di questi spesso costosi ed ultra-fashion raccoltoni, molte volte più legati a scadenze commerciali e ad operazioni di immagine che non ad effettivo bisogno, e dedicati più che altro al morboso desiderio dei fan di avere le chicca o perlomeno l'ennesima emanazione dell'idolo di turno. Lasciatemi togliere un sassolino dalla scarpa: la pur validissima Björk, ad esempio, ha inondato il mercato di cagate ultracostose di utilità musicale pressoché nulla, se non quella dell'hype e del soprammobile trendy.
D'altronde, gli stessi Cure hanno vegetato gli ultimi anni nutrendosi di compilation raschiabarile e nascondendosi nella costante minaccia/proposta di sciogliersi ("Cut here"), pur mantenendosi di gran lunga sopra la media grazie ad un attività live degna di nota, ultimamente documentata dal doppio DVD "Trilogy".
Ed ecco che anche i Cure, in conclusione del contratto con la Fiction, e appropinquandosi a quello che i più vicini al gruppo vedono come un salto nel buio, nelle braccia della Nowhere Records di Ross "Nu Metal" Robinson, mettono sul mercato il loro cofanettone.
Di qui in poi, vi avverto, sarà difficile per me, che con i Cure ci sono cresciuto, non indulgere ad incensamenti o a livori nei confronti del prodotto, che si presenta nella migliore delle tradizioni con un packaging ultra curato: un librone con 4 cd sulla seconda e terza di copertina, e un sacco di paginone ricche di foto e dichiarazioni, che danno un quadro ben dettagliato sulla genesi delle singole canzoni, per un totale di 70 canzoni distribuite su più di 300 minuti.
Il raccoltone nasce sotto una benaugurate dichiarazione del sig. Smith, che, affascinato fin dalla gioventù dalle b-side come occasione per regalare un qualcosina di diverso e di particolare del gruppo, dice di aver seguito questa proposizione d'intenti anche durante la carriera della sua band. E in molti casi ci è riuscito, rivelando una prolificità ed un'immaginazione che espande l'universo cure a galassie molto pop, a volte jazzy, a volte claustro-depressive a volte solo sfiorate della già di per sé variegata discografia ufficiale.
Le canzoni sono riportate in rigoroso senso cronologico, e per molti, soprattutto per i malati di new wave, il primo disco sarà una chicca, perché fornisce ulteriori perle al periodo più alternativo dei Cure, quello dei primi quattro dischi. Ci si ritrovano le classiche schegge post-punk ("Pillbox tale", "Another Journey by train", "I'm cold"), accenni agli svarioni funky dell'epoca ("Do the Hansa"), che molto ci chiariscono anche sulle attuali tendenze (un paragone con i Rapture è inevitabile), e segnalando il forte incupirsi dei successivi tre dischi (la psichedelia black di "Descent" e la super claustrofobica "Splintered in her head").
Del periodo immediatamente successivo l'apertura pop è accreditata da brani divertentissimi ("Mr. Pink Eyes", coeva degli ultrazuccherosi "Lovecats") e di solido pop ("The exploding boy" e "New day", che caricano di forza e di pathos i brani a là "Inbetween Days"), mentre la prima versione della già edita Lament regala uno spigolo ombroso in più della caleidoscopico spirito musicale di Robert Smith.
Lo stesso si ripropone, se pur in maniera più sfilacciata nei dischi successivi, in prevalenza nel secondo e nel terzo, dove le canzoni vanno a tracciare una vera e propria discografia parallela, o, meglio ancora, concentrica visto le varie direzioni in cui essa si spinge. I momenti di grazia compositiva dei Cure, in particolare quelli dello sugar-pop di "Kiss me Kiss me Kiss me", quello più darkeggiante di "Disintegration" e quello rock di "Wish" regalano canzoni che amplificano le tematiche dei dischi, come nel caso di "Like snow in summer" o di "The big hand", o, talvolta, virano verso sentimenti all'opposto, come la solare "2 Late", raggio di sole che fa capolino tra le nebbie di "Disintegration".
Ad ogni modo gli ultimi tre dischi sono di caratura leggermente inferiore per il classico scotto che i raccoltoni devono pagare: quello di contener brani di pesante inutilità, dai remix cool dell'ultimo periodo, ai contributi estemporanei a colonne sonore e compilation di vario genere (ok, ok, "Burn" de Il Corvo non si tocca, ma quella di Dredd?!), o, peggio ancora, alle cover, esperimenti finora sempre votati all'insuccesso per i Cure (se si vuol tralasciare quella versione della Doorsiana "Hello, I love you" di 10 secondi!!).
Insomma inutilia prevedibili a parte, il gioco vale comunque la candela, davvero, e, venendo ad un doveroso pragmatismo, stavolta i soldi non vanno a finire nel cesso: cosa succederà ai cure di qui in poi solo Dio lo sa, ma vale la pena immortalarli e ricordarli un'altra volta nel loro splendore compositiva ed emozionale, in quell'istante faustiano che vale la pena d'esser vissuto.

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  maggio 2004
 
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