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DAFT PUNK
Human After All |
label: EMI (2005)
formato: CD
genere: House, Elettro, Pop, Dance, New Wave, Rock
riferimenti: Moby, Underworld, Green Velvet, Basement Jaxx,
Deep Dish, Leftfield
links: http://www.daftpunk.com/
voto: 8.1 |
| Uomini dopo tutto, anche loro
che uomini non sono. I Daft Punk tornano quattro anni dopo
quel capolavoro di pop estremo che era “Discovery”
(2001, odissea nel pop) in una nuova veste assolutamente più
umana e concreta ed in questo più crudele, spietata
e inesorabile. Làddove si udivano algidi cori paradisiaci
celebrati dall’etereo Romanthony, qui il tutto si fa
più terreno e sanguigno; mortale. La title track (che
apre l’album) attacca subito con un beat feroce, autistico,
bestiale. Una batteria elettronica marziale, un giro di chitarra
che più idiota non si può e una voce robotica
che ripete incredula “We Are Human After All”
fino all’esaurimento. Al dissolvimento delle parole
stesse; il significante che brucia il significato in questa
sua ripetizione infinita e depravata, lasciando così
ad intendere tutto il contrario. Geniale. “The Prime
Time of Your Life” è ancora più estrema
e claustrofobica, follia pura. Parte sorniona e sprezzante,
un suono aereo ed il vocoder a ripetere ancora poche evanescenti
battute, per poi ingannarti all’improvviso divenendo
scheggia impazzita di suono fino a sfondare il muro dei 1000
bpm e oltre; al di fuori della coscienza umana, parossistica,
comica e tragica allo stesso tempo. Il suono che si distrugge
da sé, disfacendosi in questo superamento, abbattimento
dei limiti. “Robot Rock”, titolo camerinesco,
è distillato di Daft Punk pensiero. Un campione di
“Release the Beast” dei Breakwater (datato 1980)
loopato all’infinito sul piatto, in uno stupito girotondo
visionario che non è altro che allucinazione postmoderna.
L’estetica del gioco si fa etica aldilà di ogni
moralismo d’accatto. Il mezzo è il contenuto,
alla Mcluhan. Il sample che spiega se stesso. A seguire poi
il corpo contundente di “Steam Machine”, un incubo
bagnato; immaginate un’ipotetica session deforme in
un sudicio bordello fra il Dj Hell più conturbante
e dei Wire ancora più incazzati, a questo punto sarete
solo vicini a quest’intima illusione. “Make Love”
dopo tutto questo potrebbe sembrare un primo segnale di rilassamento,
ma è solo becero inganno perché è più
ambigua e sfuggente, arriva fino sottopelle a giocare coi
sentimenti e con le emozioni. Limpido romanticismo New Order
con un’acida 808 a punteggiare le poche note sparse,
e i ricordi che si fanno vividi nella nostra mente. Cartolina
da un mondo che non c’è (più / ancora).
Il senso del vuoto che ci si apre dinnanzi ed è pura
gioia sprofondarci dentro. E siamo solo a metà dell’opera.
“The Brainwasher” è un maglio nero come
la pece, che non lascia scampo, nessuna via di fuga; e si
rimane ancora lì sotto, sul fondo, invischiati in un
torbido senso di frustrazione. E di vendetta. Un pezzo malvagio
e inconsistente che annulla ogni pensiero in vortici ultrabeat
in massima distorsione, roba da gabbers. Eraserhead. Dopo
venti secondi di onde radio “globali” ci si trova
al cospetto di “Television Rules the Nation”.
Un altro monumento al “Nulla”. Un suono volgare,
parossistico, sudicio, perfettamente aderente alle traiettorie
sociali oggi imperanti, ovvero quelle della televisione spazzatura.
Dedicata al nostro amato premier? “Technologic”
parte con vocine all’elio ipercinetiche, per poi colpirti
basso con le sue linee compresse, scarne, minimali; trafiggendo
infine ogni velleità di umano discernimento. Qui si
va oltre, nel mondo delle macchine, dei cyber. “Emotion”
in conclusione è luminoso spleen da ventunesimo secolo.
Puro distillato di noia e distacco. E disincanto. Liberazione
utopica da tutte le utopie, Zenit di un disco bassissimo,
infimo, volutamente sottoprodotto che come disse un grande:
vi farà sudare crema dolce (?!). |
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