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DEPECHE MODE
Playing The Angel
label: Mute (2005)
formato: CD
genere: synth pop
links: http://www.depechemode.com/
voto: 8
Playing the angel è l’album più atteso del 2005 e uno di quei rari casi in cui le aspettative non vengono deluse. I Depeche Mode tornano sul mercato discografico riuscendo a produrre uno dei loro migliori lavori in assoluto. Quattro anni di distanza lo separano dall’ultimo Exciter (più o meno deludente), le cui atmosfere soul e le sonorità narcotiche sono quasi completamente accantonate, rimpiazzate da un’energia che sembrava svanita e da una nuova (sorprendente) linfa vitale: basta pensare che tre brani portano la firma di Dave Gahan (cosa mai accaduta in 25 anni di attività).
Le ragioni da ascrivere ad una tale rivitalizzazione vanno cercate nel periodo di tempo intercorso fra le due pubblicazioni della band, nel quale Gore, Gahan e Fletcher si sono dedicati a progetti extra-Mode: i lavori solisti dei primi due e quello di producer del terzo. Inoltre la presenza del nuovo produttore Ben Hillier (già all’opera con i Blur) ha contribuito a creare nuovi stimoli e alchimie.
Il biglietto da visita di Playing the angel è il singolo “Precious” che non gli rende giustizia, nonostante la sua eleganza, con la lieve pioggia di synth che rende al meglio la fragilità evocata dal brano e che ci riporta al più classico sound Depeche Mode. Insieme a Lillian si tratta del momento più stereotipato e debole del disco (quest’ultima in particolare è un techno-pop che appare più un divertissement che altro – benché sia in perfetta linea con le atmosfere cupe e le sonorità dell’album).
Sarà il nuovo singolo “A pain that I’m used to” a fornire le giuste direttive impartite da Playing: il suono della sirena che apre la canzone (e il disco) è il chiaro segnale di allarme che preannuncia l’inizio del viaggio all’interno dell’album più cupo (almeno quanto a sonorità, poiché i testi qualche barlume di speranza – paradossalmente – lo offrono) di Gore e soci. Di qui in avanti siamo di fronte a un lavoro intriso di atmosfere industrial per via di distorti e stridenti effetti reiterati e di ossessive percussioni meccaniche che si stemperano solo in un paio di ballate e in due riuscitissimi esperimenti vagamente ambient come “Macrovision” e “Damaged People” (entrambe cantate da Gore). Il tutto supportato dal minimale (e sempre efficace) insinuarsi della chitarra.
Per quanto riguarda le ballate, la prima è “I want it all” la cui unica pecca è quella di dilatarsi eccessivamente nel finale con un’inutile coda strumentale, mentre la seconda è “The darkest star”: quella che si può definire il capolavoro all’interno del capolavoro, una ballata notturna con un finale in crescendo che poi si spegne lentamente lasciando presagire spiragli di luce. Gahan invoca il potere lenitivo della sua stella più oscura ma pare sia già perso negli abissi siderali in cui essa risiede.
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  febbraio 2006
 
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