recensione recensione discografia review recensione biografia recensioni recensione articolo monografia buy order online oggetto: recensione
 

DINOSAUR JR.
Frm

label: Jagjaguwar, 2009
formato: CD
genere: alternative rock
riferimenti: Afghan Whigs, The Lemonheads, Yo La Tengo

E allora mi dico, cazzo, scriverò come loro. Inizierò con la E perché fa figo, metterò punti ovunque sparando all' impazzata con una puntatrice. Sì, farò così. Si. Infilerò qualche parola stronza perché sono incazzato. Si, sono incazzato, non vedete come ringhio? Manterrò un profilo basso perché quello alto è retrò e manierista (in realtà è perché scrivo di merda). Bandite tutte le parole che non abbiano attinenza con qualcosa di cult, di pulp, di glam, con qualcosa che non riporti alla mente i gloriosi tempi in cui eravamo giovani e i telefilm erano veri telefilm. Banditi i periodi con più di due proposizioni e solamente se coordinate (ma che cazzo vuol dire coordinate?). Sì, farò così. Si. E' questo che volete leggere? E' questa la novità che cercavate? Scrivere dando sempre l'impressione di essere polemici ma senza contenuto oppure raccontare il nulla, abbacinandolo o creandogli sfumature variopinte. Che rabbia. Si. E' il fatto che siate arrivati fin qua a leggere che mi fa ancor più rabbia. Cosa ho detto? Nulla, non ho detto nulla. E'buio. Prendo la bici, caricandola di peso sulla spalle. Salgo le scale. Apro il cancello. Sono in strada. Metto su i dinosauri che così evapora un pò del mio astio. Cazzo, maledetto lettore, perché non mi dai l'ordine esatto delle canzoni? Voglio il mio Ipod, dov'è? E maledico pure il tizio che mi deve riparare l'Ipod. Non importa, ve la beccate randomizzata questa rece. Sarà una recensione fottutamente personale perché l'ordine delle canzoni non è quello imposto dalle case discografiche ma un ordine imposto dall'idiozia del mio sostituto lettore Philips. E questo è mostruosamente indie.

Poi parte la sequenza anomala di "Farm", l'astio sparisce perché l'oceano subentra sotto le mentite spoglie di una tempesta elettrica e io ritorno a scrivere come so fare, come mi piace, non come piace agli altri. Peccato.

Joe Mascis ha studiato. Non ha bivaccato come avrebbero fatto tutti, sospinti dal successo, seppur tardivo. Ha ancora qualcosa da dire con la chitarra in mano e non sono rimasti in molti a potersi permettere questo lusso. E' un amoreeterno e insondabile quello che lo lega al suo strumento, un rapporto metafisico che trascende ogni logica. Basti notare come la accarezza ad ogni concerto, con la stessa passione di sempre. La tiene stretta stretta e la fa viaggiare sempre, la libera ogni volta che può, anche fuori pezzo. Ma "Farm" non è solo chitarra. E' un gioiellino tascabile, come un veliero contenuto in una bottiglia, frutto, a mio modesto parere, di una umiltà e di una onestà intellettuale veramente commoventi. Sarebbe un' offesa la definizione "indie" per un gruppo come i Dinosaur Jr. di adesso, semplicemente perché l' abnegazione, la partecipazione e la passione che risuona nei 13 pezzi prodotti non ha nulla a che fare con il mondo indie di oggi. "Farm" mi ispira malinconia perché suona rock come non esiste e non esisterà più, eppure è una creatura esteticamente ineccepibile, suona vigoroso e a tratti addirittura epico, in qualche maniera fresco e generoso. Credo che il capolinea di un certo tipo di rock sia proprio in quelle lunghe cavalcate imperiali di Mascis, l'estremo grido di sofferenza della sua chitarra che combatte la sua ultima battaglia. I Dinosaur Jr. hanno aperto una stagione rock della durata di un ventennio e ora, chiudono il sipario della parabola: in mezzo odo i fischiettiì, i sorrisi, l'entusiasmo che in tutti questi anni ci hanno regalato. Sembra un'orazione funeraria la mia, ma il presentimento è quest'album chiuda un ciclo, un modo di fare ed ascoltare musica. Sarà il 2009, sarà l'eroicità che traspare da alcune composizioni. Menzioni particolari vanno dichiarate anche per Barlow e Murph senza i quali Mascis non può sopravvivere, come è stato appurato: Barlow è l’unico che riesce a reggere, in studio ma soprattutto dal vivo, l’impatto devastante della chitarra di Mascis cementando con linee di basso potenti le sue svirgolate e con il tempo si è dimostrato dotato di non comune talento compositivo (vedi l’esperienza Sebadoh) e di gran voce. Murph solidifica le composizioni con pestate devastanti, elemento imprescindibile per la pienezza del suono DJ.

“Beyond” e “Farm” non sono il prodotto smilzo di una band da studio o di una tipica “Reunion for Money”ma la punta di un iceberg che poggia su un attività live di grande spessore, di quelle che non si vedevano da tempo abituati come siamo a performance mercenarie o greatest hits e live album opportunamente prodotti ogni anno. Dopo essere stato presente ai due live promozionali per entrambi gli album, posso ben dire di aver assistito a performance d’altri tempi, con Mascis che, alla veneranda età di 44 anni, riesce ancora a trasmettere con una forza impressionante, come un fuoco che divampa all’improvviso. Se fossi un adolescente, innalzerei ad idolo questo disco, come gli adolescenti americani fecero negli ’80 con “You’re living all over me”. Seppur differenti, soprattutto per il gap musicale e generazionale che intercorre tra i due (nel frattempo vissero, morirono e resuscitarono il grunge, l’hardcore, lo slo-core, il rap-core, gli shoegazers, il brit-pop e chi più ne ha più ne metta), ciò che li unisce è lo spirito: limpido, ingenuo, trascinante, fantasioso, malinconico. Un disco da ascoltare e riascoltare pur nei limiti di un genere ormai sorpassato, logorato, sull’orlo del crollo. Se fossi un adolescente, quel personaggio che sembra uscito da un romanzo di Tolkien con la sua lunga chioma bianca, sarebbe uno dei miei miti, perché riesce ancora ad esprimersi come un ragazzino, accarezzando la chitarra in ogni occasione, scrivendo testi inquieti e malinconicamente naif, mettendo tutta la sua passione in quello che fa, senza rassegnazione, né cinismo, né boria. Visto che non sono un adolescente, posso prendere la bici in un giorno mentalmente un po’ uggioso, appendermi le cuffie alle orecchie ed ascoltare tutto d’un fiato quest’album, credendo di essere un ragazzino appena uscito dalla casa della sua “tipetta” di cui si è innamorato qualche giorno fa.

Dicevamo che l’astio sarebbe sparito perché subentra l’oceano ed io sono esattamente nel mezzo. “Ocean in the Way” parte proprio come una marea elettrica e il riverbero prodotto dai tre soli accordi riempe completamente lo spazio sonoro. D’altro canto, è vero che Mascis imposta i sui pezzi proprio come faceva lo Young elettrico dei ’70 (chiedo venia se mi affido ancora a questo accostamento che oramai è diventato un luogo comune ributtante, trito e ritrito) ovvero con overdrive a briglia sciolta e melodia accattivante ma è lo spirito con cui i pezzi sono cantati a renderli diversi e unici nel loro genere: Young è più “southern”, più impegnato, più leggendario, più maturo, Mascis è più “northern”, più adolescenziale, più introverso, più fragile. OITW è comunque già un esempio perfetto di “overdrive ballad”, in cui melodia, testo e ritmica si accordano con suggestione mirabile.

"Your Weather" è un altro gioiellino prezioso che però si discosta dai DJ ventenni che suonavano "Freak Scene" e si comincia a sentire quel gap musicale di cui parlavamo: i DJ di YW odorano di pearl jam, mostrandosi più epici e consistenti, la voce di Mascis sembra meno scanzonata e più mitologica anche aiutata dai solidi controcanti di Barlow. Se OITW è ancora un pezzo alla DJ anni '80, questa YW è un pezzo diverso, che ha sussunto i venti anni di musica trascorsi. Come dicevamo: J. Mascis ha studiato. Eppure l'assolo fracassone riporta il sapore del solito cappellone bianco.

"Friends" invece, riporta ai vecchi, cari DJ, più sereni e pop-punkettoni che richiamano magari i migliori giorni di Offspring e Green Day. Poi ti viene in mente che sono stati proprio i DJ a strutturare suoni, melodie, composizioni, testi a quei gruppi e per un attimo ti smarrisci in questo circolo di pensieri viziosi. E' come un eterno ritorno: i DJ aprono e chiudono il sipario di vent'anni di rock.

"There's no here" è un'altra cavalcata elettrica battuta senza risparmio di energie da Murph. A metà tra i vecchi e i nuovi DJ, melodia che sgorga direttamente dalla solita sorgente inesauribile di Mascis.

Poi, lungo il percorso particolare della mia sequenza, giunge il primo pilastro fondamentale dell'album, uno dei colossi che dichiarano l'estremo grido finale di un certo tipo di rock: i quasi 9 minuti di "I don't wanna go there" segnano il massimo sforzo esecutivo di Mascis in studio: impossibile fare di più senza risultare pedanti. L'estremo equilibrio tra un amore ossessivo per lo strumento che dilaga in ogni senso e le dinamiche produttive di un album, in cui è necessario dare un volto al caos e al magma distorto. Un tessuto di mistico overdrive di chitarra ritmica apre le acque e prepara il tappeto per l'azione furiosa di Mascis, dopo averci indorato la pillola (ma che pillola!) con una delle sue solite incantevoli melodie: 3 minuti di attacco frontale alla chitarra solista, di violenza disegnata con abnegazione, qualità in cui è leader indiscusso. La Composizione imprescindibile dell'album.

"Imagination blind" che, per voialtri omologati al consumismo, è l'ultimo pezzo dell'album è ancora un pezzo eccellente. I DJ rallentano i bpm, l'atmosfera si addensa, qualcosa a cui non ci avevano ancora abituati. I feedback fuoriescono in maniera inquieta, mentre Murph colpisce a passo di marcia. Ora mi frusterete ma sembra di ascoltare "Powderfinger" o "Hey Hey My My".

Mascis diventa ancor più fragile e insicuro in "See you" e ancora più commovente. SY è il bozzetto romantico e ingenuo dell'album, degna introduzione alla furia di IDWGT (che la segue nella tracklist "originale"). E' impossibile non farsi prendere dal riff al gusto di miele preparato da Mascis ("Can you tell me where to be? Do you know what this all means to me?").

L'altro pilastro strutturale dell'album, summa sia musicale che lirica dei DJ e composizione insostituibile è "Said the people". Se IDWGT era il furore, STP è la malinconia. I due estremi dei DJ, fusi in un'unica giunzione, sono questi: un veliero di malinconia che naviga su un oceano di furore. Il tessuto di STP è cucito con ritmiche lente, da power-ballad, Mascis è in pena, la sua voce è velata di tristezza. Quindi ancora l'urlo accorato della sua chitarra, a cui Mascis, come sempre, lascia il primato. Il pensiero di Mascis è tutto in quel "All the people, all the people drag me down/all the people, all the people that i know/Save me, save me, save me, save me". L'essenza delle sue liriche è tutta lì, in quella fobia sociale, quella fragilità umana, quella introversione a dispetto della sua figura di guitar-hero.

In evidenza il riff wahoso in “Over it” che introduce ad un track lineare, senza sbavature, con la solita musicalità e liriche pretty teen.

Terzo pilastro dell’album può essere considerata a ragione, “Plans”, sintesi esemplare dell’album per diversi motivi: unisce la fragilità rumorosa DJ degli ’80 all’epicità solida di quelli dei ’00, espone probabilmente il miglior giro arpeggiato dell’album, definisce una volta per tutte lo standard lirico di Mascis (“I got nothing left to be/do you have some plans for me?”) e la struttura dei pezzi lunghi dell’album che, edificati su una trama ritmica costante, alternano melodia e interludi di chitarra, prima di sfociare nell’assolo finale.

“I want you to know” si spalma su un altro dei riffoni dal riverbero oceanico di Mascis. Ogni riff di Mascis ha qualcosa da dire, ha un suo perché, un suo senso, gode di vita propria. Per il resto IWYTK è un altro dei pezzi classici dei DJ, “Fragile noise”.

“Pieces” è l’apertura dell’album e, per contrappasso, il nostro ultimo pezzo. Pezzo classico, che riscalda da subito l’ascoltatore alle prese con l’album: solito riff con palate di overdrive, Mascis giovane prodigio della musica americana che libera la sua gabbia di ampli delle retine e ci inonda con un fiume di watt. Riuscirà a far innamorare dell’ hard (core) noise (rock) della chitarrapiù di una generazione. Fino ad oggi. Fanculo gli indie.

invia la tua recensione Collettivo Dedalus
  novembre 2009
 
TOP