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DURAN DURAN
Red Carpet Massacre
label: Epic (2007)
formato: CD
genere: new wave, pop
riferimenti: Simple Minds
links: http://www.duranduran.com/
voto: 7
Il sogno di vedere riuniti nel nuovo millennio i Fab Five degli anni 80 dura il tempo di un disco e di una serie di concerti. Oggi i Duran Duran sono di nuovo privi del chitarrista Andy Taylor, ma (come già accaduto in passato, nel corso di una carriera ormai pluriventennale) proseguono il loro percorso, stringendo i ranghi, con caparbietà e a testa alta. E allora srotolate pure questo tappeto rosso e lasciateli sfilare, perché siamo al cospetto di veri maestri di stile irrinunciabili.
Laddove ASTRONAUT tentava di rinverdire l'alchimia del periodo aureo della band e di cavalcare (inevitabilmente, soprattutto perché, altrimenti, l'operazione reunion non sarebbe mai stata possibile) l'onda del revival anni 80 (tra l'altro, ancora non esaurita), il nuovo prodotto duraniano sembra puntare dritto ad atmosfere più notturne e restituisce i quattro ad una dimensione più intima e da club, grazie al supporto di nomi di spicco in cabina di regia: Timbaland, Justin Timbarlake e Danja Hills.
Proprio la produzione costituisce un notevole punto di forza; RED CARPET MASSACRE, infatti, suona coeso e compatto dall'inizio alla fine, pur mostrando (fortunatamente) l'intero spettro sonoro dei Duran Duran. Le mani di Timbaland e Timbarlake si limitano ad amalgamare i vari elementi, senza invadare/prevaricare le composizioni di Rhodes & Soci, persino nei momenti in cui collaborano in vesti di coautori: così Skin Divers e Nite Runner, pur apparendo hip-hop, non oscurano il prezioso ed etereo tappeto sonoro delle tastiere di Rhodes e le melodie vocali di Le Bon che si combinano alla perfezione con quelle più cadenzate di Timbaland; mentre Falling Down (singolo apripista dell'album), pur essendo un'elegante ballata (l'intenzione di avere una nuova Ordinary World?), è il brano pop più stereotipato e scivola via senza particolari guizzi (con "classico" assolo di chitarra finale).
Box Full O' Honey e She's Too Much completano il tris di "lenti", rimandando all'ottimo RIO di oltre venti anni fa; in particolare, la prima evidenzia l'ennesima riuscitissima melodia vocale di Le Bon, intrisa di levità e dolcezza adeguate all'accompagnamento acustico di chitarra e piano (impreziosito dal sostrato vagamente esotico di synth - col pensiero che vola a Save A Prayer). La natura dance di Tempted segue, invece, la scia di Skin Divers e Nite Runner verso un sound più contemporaneo, conducendo in modo fine e ricercato sulla pista da ballo (guardando al passato troviamo All She Wants Is e I Don't Want Your Love).
L'arioso lavoro di Nick Rhodes domina la scena di Tricked Out, mentre cesella alla perfezione ogni spazio di Last Man Standing fino ad andarsi ad impastare con piano e chitarra nella conclusiva coda strumentale. E sono ancora i cotrappunti di Rhodes a donare maggiore spessore e vigore al gioiellino pop Zoom In. Insomma, il fondatore della band conferma il suo ruolo fondamentale (vedi SEVEN AND THE RAGGED TIGER; uno dei momenti più difficili della storia dei Duran).
La title-track (aperta e chiusa dalle solite frasi eteree) è connotata da un ritornello energico e accattivante e da un basso particolarmente pulsante. L'electro-soul di Dirty Great Monster è corroborato da un sax dapprima sinuoso e poi sferzante (la duraniana memoria corre in questo caso verso BIG THING e NOTORIOUS). L'incedere di The Valley è in crescendo e d'atmosfera, arricchito da un intermezzo strumentale guidato da un efficace assolo di John Taylor (possiamo pensare, per quanto riguarda il lavoro di Taylor, a Anyone Out There e Rio).
RED CARPET MASSACRE segna l'ennesimo ritorno dei Duran Duran (un leit motiv che accompagna ogni loro pubblicazione ormai da anni). La verità è che non hanno mai abbandonato la scena; e (con la classe che li contraddistingue) seguiteranno a sfilare a testa alta sul tappeto rosso del music business: chapeau!
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  dicembre 2007
 
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