Inserisco il cd degli Elbow nel mio lettore, metto le cuffie e premo play. Una sorta di energia positiva comincia a penetrare il jack e attraversa il lungo filo arricciato delle cuffie fino ad arrivare alle mie orecchie. Sento che si permea nel mio volto, le mie vene pompano il sangue più velocemente, il cuore sobbalza e nelle mie labbra avverto una sorta di stupore, prendendo la forma di un sorriso. E' il sorriso di una persona che finalmente ha accolto una manifestazione di gioia spontanea e sincera, il sorriso dovuto a una musica dolcissima che descrive di un mondo eternamente devoto alla magnificenza della nostra natura, del nostra essere. E allora gli occhi si chiudono e cominciano ad immaginare questo mondo privo di contaminazioni, questo mondo colmo di meraviglie quale può essere il nostro, questo free world. Ma è un mondo contraddittorio (come lo è del resto il titolo, se un mondo è libero perchè mai dovrebbe avere dei leaders?!) in cui la coscienza umana impone sempre e comunque il desiderio di primeggiare in qualcosa. Ma questi preconcetti rivolti al titolo non devono deconcentrarci dalla musica. La manifestazione di gioia spontanea e sincera di cui dicevo sopra è proprio la prima canzone, "Station Approach", una visione pura ed esplicita del primo raggio di sole dal finestrino del treno su cui si è viaggiato per tutta la notte. Si avvertono già le prime contaminazioni, una voce alla Phil Collins e una percussione alla Flaming Lips che, una volta partita, inietta direttamente nel cervello eroina allo stato puro. Il ritornello di "Picky Bugger" sembra una illuminazione mobyana dai tempi di "Why does my heart feels so bad", una limitata disinvoltura ostentata nella notte, sotto il lampione di una città deserta; per diventare poi in "Forget Myself" un girotondo di un bimbo disorientato tra altri bambini disposti a cerchio che ballano il tip tap (alla Tilly and the wall ma soprattutto Peter Gabriel), un bambino che poi si toglie la benda e grida imponendosi.
E' una musica che mette i trattini ai contorni già poco precisi e tutto è basato sul tema della perdita strutturale dell'identità, tutto il gruppo mostra la propria instabile normalità con uno stile asciutto e sostanziale quale Hemingway in letteratura ci ha insegnato. "The Stops" rovescia la medaglia in una tristezza che traspare una speranza durante un tramonto: ovvero quella di rivedere lo stesso raggio di Sole la mattina seguente; facendo così concludere una giornata tra gioie, solitudine, incomprensioni e speranze. La batteria torna a suonare cattiva alla fine della traccia per ricordare ancora la nostra entità. Perchè noi siamo forti se vogliamo e possiamo riprovarci continuamente come un'onda quando cozza contro lo scoglio. Al risveglio abbiamo acquisito già più tenacia e siamo pronti per vivere un'altra giornata con "Leaders of the Free World" che riacquisisce il climax positivo dell'album. La dolce "An Imagined Affair" però fa ripombare la nostra mente ai concetti appresi il giorno prima e per un attimo ritorna la paura che finisca l'estate (assomiglia a una ballata degli A-Ha). Un pezzo assai importante del repertorio dell'album è proprio "Mexican Standoff" con quei battiti di mano alla flamengo e una chitarra genuinamente rock dal gusto latino. La vita può essere una festa e finchè ci sono ancora ore prima di sera si balla, si danza e si festeggia tutti assieme in una comunità racchiusa da mure di pietra bianca scaldate dal Sole del Golfo. Si ritorna improvvisamente nella malinconia inglese di Manchester (dove il gruppo è cresciuto), nella pioggia, durante un'altra notte. Una dissertazione che trova avvisaglie in "The Everthere" e nella più matura "My Very Best", dove i violini sembrano rallentare il tempo. Le gioie, i sorrisi, l'allegria dei bambini, i fiori che sbocciano, l'arrivo della primavera, non possono nascondere i problemi esistenziali che perseverano e perseveranno sempre nelle nostre vite, calcandosi giorno dopo giorno nelle nostre personalità, come le gocce di pioggia che cadono incessanti e copiose sull'asfalto dandoci un motivo per vivere, uno scopo. E' questo che lega tutto. E' questo il giorno giusto per morire. Ecco quindi che si parla del vero motore dell'Universo: l'Amore. "Great Expectations" è toccante, affascinante, sincera. Sembrano le confessioni di un uomo che al cospetto di una grande Verità si espone e si getta come inchiostro sotto l'incessante pioggia (inutilmente) per scrivere le sue aspettative, tutto ciò che ha sempre creduto nella vita e che non ha mai saputo mantenere, nell'incoerenza e nell'ipocrisia della razionalità umana.
Sotto nessun riflettore l'uomo sparisce, nel suo pentimento, nella sua modesta essenza di portatore di verità già sentite, davanti a un Dio quasi inorridito e stufo di sentire le solite scuse, trasformatosi poi ("Puncture Repair") nel raggio di Sole che risveglierà tutti la mattina seguente, senza che nessuno abbia visto, senza che nessuno sappia, senza aver sentito nulla. Nessun rumore. Il bambino dorme, ma si sveglierà presto.
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