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ELLIOTT SMITH recensione
ELLIOTH SMITH
From a Basement on the Hill |
label: Domino (2004)
formato: CD
genere: rock, folk-pop
riferimenti: Beatles, Nick Drake, Lennon, Harrison
links: http://www.elliottsmith.com/
voto: 10 |
Mi sono accorto che tutte, o
quasi, le copertine dei dischi di Elliott Smith ospitano una
sua foto, semplice, solitamente riflessiva, sempre, immancabilmente
magnetica. Anche stavolta non ci sono eccezioni: seduto su
di un gradino, il gomito appoggiato al ginocchio, la guancia
alla mano.
Ammetto, molto sinceramente, di aver avuto paura; paura di
dover ascoltare in ogni angolo di questo nuovo disco postumo
di Elliott Smith i fantasmi della sua tragica fine, di leggerne
i presagi ad ogni passaggio.
Evitando ogni drammatizzazione penso si possa dire che la
ferita è ancora aperta, non si è rimarginata.
O almeno non lo era prima di poter ascoltare From the Basement
on the Hill.
Perché ora si può dire con certezza che questo
disco ce lo restituisce riconciliato, anche se in parte, coi
suoi demoni. I brani hanno una grande forza vitale, come mai
prima.
Probabilmente in certi passaggi è la sua opera più
energica, più rock nella sua accezione di spessore.
Già “Coast To Coast”, che pur non rinuncia
ai consueti ricami armonici delle chitarre e del piano, apre
una naturale via di congiunzione tra Led Zeppelin, quelli
invaghiti dell’oriente, e ultimi Soundgarden, epoca
Down on the upside, rimandando ai primi dischi di
Elliott.
Ci riporta così sulle tracce più intime di Either/or
la successiva “Let’s Get Lost”, con quell’arpeggio
iniziale direttamente asportato da Dear Prudence
dei Beatles. Tutto quadra di nuovo anche con “Pretty
( Ugly Before )”, gli ondivaghi saliscendi del pianoforte
ci restituiscono intatte le atmosfere di Figure 8.
“Don't Go Down” si concede di nuovo ad arrangiamenti
più saturi, mentre si alza un ultimo appello nella
speranza di non essere lasciati soli, ora che si attende invano
calma e serenità.
L’immediatezza, l'urgenza degli inizi, riecheggia sulle
note vibranti di “King's Crossing”, che trova
il suo nume nel George Harrison più intimo, e di “A
passing feeling”, dove a vegliarne le sorti è
invece John Lennon.
Tiepide atmosfere folk-acustiche si riappacificano col resto
in “Twilight” e, soprattutto, in “The Llast
Hour”, esempio fulgidissimo di un talento melodico ancora
intatto, per nulla ammaccato dalle tentazioni della morte.
E se “Memory Lane” gioca con un vaudeville da
saloon, a “Little One” spetta il compito di sfuocare
l’orizzonte, che si scioglie liquido in un sovrapporsi
di cori sghembi e accordi trascinati in reverse.
La realtà finalmente distorta è dunque l’unica
via per sentirsi liberi, è una necessità anelata
con tutte le forze; ma è una chimera che non appaga
i desideri, che non riesce a lenire le sofferenze.
La nostra, di realtà, certamente non è mai più
stata la stessa dopo quell'incontro, intenso o fugace che
sia stato, con questo piccolo fragile angelo infelice. |
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