recensione recensione discografia review recensione biografia recensioni recensione articolo monografia buy order online oggetto: recensione
 
FANTOMAS
Delirium Cordia
label: Ipecac
formato: CD
genere: Rock
riferimenti: Tomahawk, U.S. Maple
voto: 8
Non appena il rinvio sull'uscita del nuovo disco dei Fantomas lascia trapelare bizzarre informazioni sul prodotto in questione, una strana puzza di commerciale comincia a diffondersi nell'aria. Il disco che si annuncia dà l'impressione di essere un potpourri di stramberie, molte delle quali già sentite e che difficilmente, sommate tra loro, sembrano essere in grado di elevarsi, ma anzi rischiano di depositarsi come grumi sul fondo della mescola: in primis il fantomatico (chiedo scusa) packaging, causa del rinvio della pubblicazione; poi, il fatto che il disco consista di una sola traccia, cosa sicuramente non nuova (gli stessi Melvins di Lysol), e che peraltro, a detta dello stesso Patton, è più che altro una ricucitura di frammenti tra loro ben distinti; se aggiungiamo da ultimo che il disco finisce con ben 20 minuti di zanzarismi elettroambientali, sembra la fiera del già detto (si pensi, che so, al primo dei Liars, o, ancora, ai Melvins di Honky).
Insomma, qualche dubbio è lecito averlo: innanzitutto sulla correttezza dell'operazione, sul senso di compattare in un unico brano una serie di piccole schegge: a che pro? Stravaganze fine a se stesse? Ego trabordante di Patton (e chi lo ha visto a Correggio quest'estate qualche sentore lo può avere)? Ennesimo caso di indecisione fra "è sperimentale" e "ma c'era davvero ancora bisogno di tutto questo?"? Perplessi pure voi, eh?
Ok, dissipate ogni barlume di dubbio: questo è il disco che apre nel migliore dei modi il 2004.
E, come in un gioco dei contrari, quanto descritto come potenzialmente deprecabile risulta esserne l'esatto opposto. A partire dalla forte coesione di tutte le linee sviluppate dal disco, che convergono, sotto forma di suoni, parole ed immagini alla descrizione di un unico grande evento: una truculenta e quantomai poco ortodossa operazione chirurgica, una sifonia per bisturi ad opera di un medico impazzito.
Si parte in maniera sacrale, con canti ecclesiastici e chitarre urlanti, un "Introibo ad altare dei" per il "compositore", le cui mani incrociate campeggiano sulla prime pagina del booklet, leggermente offuscate da un jewel-box appositamente opacizzato.
Di lì in poi il martirio delle carni è scandito dalle peripezie sonore del quartetto e dalle immagini e didascalie del libricino. Frenesie chitarristiche ed assalti elettronici, come seghetti inferociti, aggrediscono l'ascoltatore, provocandone in parecchie occasioni un compiaciuto fastidio, mentre la parte ritmica, è perfettamente funzionale al conferire potenza e profondità ai colpi inferti. Il tutto è reso con strutture minuziose, amalgamate tra loro da una pasta di elettronoise dilatato, ma anch'esso funzionale al concedere uno scampolo di sosta e di suspense prima del colpo successivo. La presenza di un malcapitato paziente è peraltro evocata con tutti gli stilemi del caso, dagli affanni respiratori a un elletrocardiogramma che lo segnala tra i più, fino ad un ultimo magistrale risveglio post-mortem.
Inoltre, su questo fondale che più nero non si può, si innestano, come schizzi di sangue, le gigionerie di stampo Mr.Bungle-Melvins, giochetti elettronici e melodie simil-lounge, stacchetti tribali, radio fuori sintonia, addirittura una specie di mantra buddista, a ribadire che l'ironia e il black humour in casa Ipecac (a differenza di molte altre seriose etichette sperimentali) sono un importante ed irrinunciabile distintivo: e come si può non farsi scappare una risata nel notare che sotto i guanti di lattice e i litri di plasma le mani del chirurgo non sono altro che quelle di un manichino.
Sicuramente influenzato dal precedente lavoro in studio (una rilettura di colonne sonore prevalentemente di horror anni 70), ma svincolandosi dal rapporto con il concetto di cover, comunque già poco pedissequo, i Fantomas riescono a penetrare nello spirito stesso della musica da film dell'orrore: e se si considera che questo viene fatto in maniera così profonda e a distanza di parecchi anni dai possibili modelli, non ci possono essere dubbi sull'elevatezza compositiva e anche strettamente culturale della band. Si potrebbe arrivare a dire che il disco non ha nemmeno bisogno di un film da supportare, perché il delirio, lo sfogo brutale, il grottesco e il macabro sono, qui tra le pieghe e le piaghe di un disco, che a dispetto di chi, come il sottoscritto, lo immaginava vicino ad una serie di fastidiosi ma inutili pizzicotti, ha la forza di essere un unico e maestoso pugno allo stomaco.
invia la tua recensione Panda
  marzo 2004
 
TOP