Fiel Garvie è un quintetto
di Norwich attivo dal 1996 le quali sonorità vanno
ad inserirsi nel genere dream-pop / shoegaze, richiamando
alla mente splendide figure del present e del passato del
calibro di Lush, Cocteau Twins, Pale Saints, Cranes, Elastica
e Delgados. Capitanati dall’esuberante voce di Anne
i Fiel Garvie si mostrano assetati di scintillanti atmosfere
siderali, tessendo canzoni ricche di melodie fluttuanti
e amabili ritmiche. Novelle canore provenienti da esperienze
immaginifiche e fregiate con il seminale gusto della levità.
Inside the songs…
“B-rock” si diluisce in sospiri algidi e minimali
arrangiamenti, la voce di Anne comincia a prendere confidenza
con le sue doti eteree dipingendo aurore nebbiose e quieti
paesaggi ancora impegnati a sognare. “I Didn’t
Say” è il brano scelto come singolo, che sfodera
un basso cadenzato e ritmiche lineari guidano le evoluzioni
canore di Anne attraverso iridescenti altitudini dream-pop
che ci rimandano ai primi Lush, seppur mantenendo una più
corposa sfumatura di mistero. Le sincopate percussioni di
“Got a Reason” annunciano un brano dalle marcate
fattezze shoegaze ( vedi Pale Saints ), chitarre ricche
di ossigeno e oblio, l’ascensione è quanto
mai affascinante e carezzevole, il viaggio colmo di riminiscenze
evocative. Si passa a “Doortime”, ancora i brillanti
bagliori vocali della splendida ed estemporanea singer,
che stavolta si trova anche a duettare anche con spensierati
archi, incrementando il pathos angelico passeggero gradito
dell’aliante Fiel Garvie. In “Caught On”
le impostazioni melodiche arrivano a lambire brezze più
innocenti e fanciullesche, nitidi ed essenziali synths compiono
sulle nostre teste brevi planate melanconiche. “Reeling
as You Come Around Again” si fa più scarna
e semplice, spogliata delle effervescenti chitarre ascoltate
fino a qui, si dedica a scaldare i cuori rapiti da un’intima
e dolce ballata invernale. “Talking a Hole In My Head”
riprende improvvisamente le ardenti combustioni ritmiche
di “Got a reason”, trovando forse un ritornello
più penetrante e ossessivo. Una livrea melodia agile
ed efficace.
“He goes, she goes” presenta sovrapposizioni
vocali e backing vocals intriganti, ora le armonie si sdoppiano
riflettendosi su superfici oniriche quasi ancestrali. Notevole
il calore sprigionato dalle ritmiche marcianti di “There
you go” e dalle sue altalene spirituali create da
cori suadenti presi in prestito dalle officine dei Cocteau
Twins. Solitarie e pensose le reverie folkish di “Old
Friend” che vanno poi a gonfiarsi di rombanti venti
post-rock. La chiusura ( “Flake” ) riprende
le ambientazioni rarefatte dell’apertura, inserendo
però maggiori colori alla tavolozza tonale, giocando
con molta più luce e immaginazione. |