Quando dalle ceneri di una
formazione nasce un nuovo progetto musicale c'è sempre
molta curiosità, specialmente se si tratta di creature
partorite da genitori degni del massimo rispetto.
E' il caso degli ottimi The Fire Theft, nati dallo scioglimento
dei Sunny Day Real Estate (anche se non molto della vecchia
band è stato sdoganato nella nuova formazione). La
scena di Seattle dei primi novanta è stata la culla
dell'esperienza musicale stretta attorno ai SDRE, una stagione
in cui ad emergere era stata forte più un'attitudine
emo che non quella assai più epica (per quei tempi)
del grunge. Certo che se l'esperienza di grandi talenti
naufragati subito dopo lo scioglimento di band di cui costituivano
l'anima stessa (vedi mr. Black Francis o mr. Billy Corgan)
non ha potuto determinare a priori un giudizio negativo,
è stato parimenti lecito muoversi con una certa circospezione
tra i sentieri percorsi in questo album. Ebbene quei timori
sono risultati essere del tutto infondati, meglio confutati
da un lavoro assolutamente ben fatto, vero salto di qualità
operato dai nostri tanto nella stesura delle liriche quanto
nella costruzione di complesse armonie strumentali.
Quello che questi tre baldi giovani hanno realizzato è
un sincero disco di rock mutante, svincolato da precisi
riferimeni e da falsi clichè di progressismo pseudo
sperimentale. Suonano schiette e vitali le tredici tracce
raccolte in questo album, unite da un idem sentire che rimanda
a certo ed evoluto rock moderno. Sembra di ascoltare un
pò i Pink Floyd e un pò i Sigur Ros nell'iniziale
"Uncle Mountain", anche se il gioco dei rimandi
si complica per via di un modo di trattare la materia rock
del tutto non convenzionale.
E' questa una impressione che viene confermata dalla seguente
"Waste Time Segue" con il suo incipit intimistico
architettato dalle note di un pianoforte, mutando poi pelle
nell'alimentare un accumulo di tensione elettrica che sfocia
in irrisolte soluzioni melodiche sostenute da vocalizzi
asciutti ed acuti. In "Chain" e "Summertime"
si respirano arie che rievocano Police e R.E.M. (quelli
di "Automatic for the people"), mentre con "Backwords
Blues" veniamo proiettati dentro un ambientale sinistro,
terreno ideale per l'incontro di suoni algidi e lunari di
campionature sovrapposte ad un tempo monometrico scandito
da pigri tamburi. C'è poi spazio anche per umori
decisamente più obliqui e spigolosi in "Rubber
Bands", episodio in cui l'analogico di chitarre e basso
galoppanti conserva intatto lo splendore di intuizioni rumoristiche
scevre da smancerie pop o reazionismo punk di certe formazioni
col vizio della vendita facile.
E se ancora non vi sentite appagati,allora sarà il
tempo di abbandonarsi alle sospensioni temporali di "Heaven"
e "Sinatra", custodendo fedelmente in eterno il
segreto del fuoco rubato. |