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FOG
10th Avenue Freakout
label: Lex (2005)
formato: CD
genere: lo-fi, indie
riferimenti: cLOUDDEAD, Radiohead, Subtle
links: http://www.fogtimewaster.com/
voto: 7.5
Accasatosi presso la prestigiosa Lex dopo trascorsi per nulla irrisori alla corte di Ninja Tune, Andrew Broder, in arte Fog, prosegue il suo cammino per vie impervie. Un percorso di tutto rispetto, d’altronde, fatto di ingegnosi contagi fra scheletrito indie rock e raffinate appendici d’elettronica. Ora, all’uscita di questo “100th Avenue Freakout” difficile affannarsi e non intuirne gli encomiabili progressi. Se persiste, infatti, quel perenne senso di capriccio in sede d’arrangiamento, è qui ben ponderato al fine della resa finale, che tanto vale dirlo subito, è più che buona. In alcuni casi persin ottima.
E, qualora questo avvenga, sono applausi a scena aperta. Lasciano letteralmente senza fiato gli incanti pop di “The rabbit” ad esempio, squisito diamante radioheadiano, che, per quanto propone, non sfigurerebbe affatto nella tracklist di Amnesiac. Un tripudio di xilophoni, chitarre che giocano a nascondersi, voci ad inseguirsi e deliranti palpiti di batteria. Stiamo parlando, senza mezzi termini, di quella che è la canzone più diretta dell’album.
Di tutt’altro respiro, invece, l’incedere da liturgia funebre di “Song about a wedding” (sarcasmo americano?), un’avvincente parata di bisbigli vocali, piano e basso dal passo matematico e magnifiche punte di clarinetto a suggellare il tutto. Battimani. Che vanno replicati almeno in altre due occasioni. Nella magnifica essenzialità acustica di “O telescope you”, dove una suggestione reindeer section iniziale si corrode nelle angeliche mestizie conclusive, con le corde tastate con impeto appena maggiore del silenzio.
E che dire, altrimenti, delle stravaganze digitali del primo singolo “We’re winning”, tra agitate botte ritmiche che abbracciano un giubilo di voci e un sassofono, quel sassofono così ribelle e criminale? E delle scie di stuzzicante critica che, sovente e volentieri, affondano il peso ironico delle lyrics (“Jesus Christ is my american idol, he’s the brand new funky president!”)? Che dire? Si applaude.
Certo, capita poi, che a suddette meraviglie sopravvengano episodi non altrettanto riusciti come nel caso degli smisurati taglia e incolla di “Hummer” che, se proprio goffa non è, traspira nel suo compimento un pasticcio piuttosto inconcludente (e inconcluso) e perfino irritante. Ma è un accidente che non pregiudica affatto le buone impressioni riunite a favore del nostro beniamino. Ti vogliamo bene, Fog!
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  giungo 2005
 
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