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THE FRAMES recensione Burn The Maps review
Burn The Maps recensione FRAMES recensione
label: Anti/Self (2005)
formato: CD
genere: Pop Rock
riferimenti: Radiohead, Coldplay, Damien Rice
links: http://www.theframes.ie/
voto: 7.5
I Frames sono uno di quei gruppi che ci portano subito ad identificarli con i soliti nuovi esordienti d’oltremanica, quando in realtà hanno dieci anni di carriera alle spalle con cinque album in studio. Conterranei degli U2, li hanno battuti agli ultimi Meteor Ireland Music Award: provocazione degli Award per dare una scossa alla musica dell’Irlanda, fossilizzata sui suoi mostri sacri? Questo non possiamo dirlo, ma la vittoria dei Frames non ci deve scandalizzare perché la loro ultima fatica merita davvero di essere ascoltata e vissuta e nulla ha da invidiare all’ultimo album degli U2, nonostante confronti musicali tra le due band siano pressoché impossibili per il divario musicale che, a parer mio, li separa; due grandi band, due band molto diverse.

La prima nota positiva a favore di “Burn the Maps” è che finalmente sembra che tutto il mondo, Italia compresa, si stia accorgendo di loro: recensioni entusiaste e la notizia della vittoria sugli U2 di certo non hanno che contribuito alla diffusione della musica dei nostri.

“Il disco dei contrasti”. Non avrei dubbi se mi chiedeste di descrivere l’album in poche parole. Semplicemente un disco dei contrasti. Da una parte ci stanno le canzoni dolci ed acustiche, localizzate nella parte finale dell’album: “Ship caught in the bay” crea un’atmosfera magnifica, puoi chiudere gli occhi e trovarti all’alba di fronte al relitto di una nave incagliata su di una spiaggia; semplicissime chitarra e voce in stato di grazia accompagnano “Suffer in silent”, perfettamente essenziale; la finale “Locusts” conferma poi l’acustico e rimanda a qualcosa di sentito in Damien Rice.

Questa una faccia, quella acustica, quella dolce, quella intima, quella che ti aspetti ma riesce comunque a darti grande piacere. Poi però, per giustificare i contrasti, arriva l’altra faccia, costituita di canzoni incredibili che potrebbero essere state scritte da dott. Jekyll e Mr. Hyde: fraseggi dolci e mitragliate elettriche con ritornelli urlati ispirati dal new rock si scambiano in “Underglass”; lo stesso vale per il pezzo forse migliore, “Fake”, re dei contrasti; interessante “Trying”, perché prima che arrivi la chitarra elettrica a segnare la strada i vocalizzi dei Frames fanno evidentemente il verso a Simon e Garfunkle (chissà se apprezzerebbero queste contraddizioni?); da segnalare, infine, “Finally”, testimonianza della maturità del gruppo che va controtendenza alternando strofe prettamente rock a ritornelli sussurrati e delicati.

Negli ultimi anni ci siamo trovati ad esaltare gruppetti in All Star e Stratocaster che scrivevano canzoni di due minuti l’una per un totale di dieci pezzi: certo, qualcosa di energico e di buono lo hanno e non rinnego svariati giudizi positivi su certi album che dalla loro avevano la freschezza dopo anni di piattume, ma se abbiamo esaltato quei gruppi non possiamo che esaltare con forza anche questi Frames, perché sono maturi, perché hanno dieci anni di gavetta alle spalle e, a differenza di molti altri, sanno dove stanno andando e fin dove possono andare. Lontano, dico io.

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  marzo 2005
 
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