| I Frames sono uno di quei gruppi
che ci portano subito ad identificarli con i soliti nuovi
esordienti d’oltremanica, quando in realtà hanno
dieci anni di carriera alle spalle con cinque album in studio.
Conterranei degli U2, li hanno battuti agli ultimi Meteor
Ireland Music Award: provocazione degli Award per dare una
scossa alla musica dell’Irlanda, fossilizzata sui suoi
mostri sacri? Questo non possiamo dirlo, ma la vittoria dei
Frames non ci deve scandalizzare perché la loro ultima
fatica merita davvero di essere ascoltata e vissuta e nulla
ha da invidiare all’ultimo album degli U2, nonostante
confronti musicali tra le due band siano pressoché
impossibili per il divario musicale che, a parer mio, li separa;
due grandi band, due band molto diverse.
La prima nota positiva a favore di “Burn the Maps”
è che finalmente sembra che tutto il mondo, Italia
compresa, si stia accorgendo di loro: recensioni entusiaste
e la notizia della vittoria sugli U2 di certo non hanno
che contribuito alla diffusione della musica dei nostri.
“Il disco dei contrasti”. Non avrei dubbi se
mi chiedeste di descrivere l’album in poche parole.
Semplicemente un disco dei contrasti. Da una parte ci stanno
le canzoni dolci ed acustiche, localizzate nella parte finale
dell’album: “Ship caught in the bay” crea
un’atmosfera magnifica, puoi chiudere gli occhi e
trovarti all’alba di fronte al relitto di una nave
incagliata su di una spiaggia; semplicissime chitarra e
voce in stato di grazia accompagnano “Suffer in silent”,
perfettamente essenziale; la finale “Locusts”
conferma poi l’acustico e rimanda a qualcosa di sentito
in Damien Rice.
Questa una faccia, quella acustica, quella dolce, quella
intima, quella che ti aspetti ma riesce comunque a darti
grande piacere. Poi però, per giustificare i contrasti,
arriva l’altra faccia, costituita di canzoni incredibili
che potrebbero essere state scritte da dott. Jekyll e Mr.
Hyde: fraseggi dolci e mitragliate elettriche con ritornelli
urlati ispirati dal new rock si scambiano in “Underglass”;
lo stesso vale per il pezzo forse migliore, “Fake”,
re dei contrasti; interessante “Trying”, perché
prima che arrivi la chitarra elettrica a segnare la strada
i vocalizzi dei Frames fanno evidentemente il verso a Simon
e Garfunkle (chissà se apprezzerebbero queste contraddizioni?);
da segnalare, infine, “Finally”, testimonianza
della maturità del gruppo che va controtendenza alternando
strofe prettamente rock a ritornelli sussurrati e delicati.
Negli ultimi anni ci siamo trovati ad esaltare gruppetti
in All Star e Stratocaster che scrivevano canzoni di due
minuti l’una per un totale di dieci pezzi: certo,
qualcosa di energico e di buono lo hanno e non rinnego svariati
giudizi positivi su certi album che dalla loro avevano la
freschezza dopo anni di piattume, ma se abbiamo esaltato
quei gruppi non possiamo che esaltare con forza anche questi
Frames, perché sono maturi, perché hanno dieci
anni di gavetta alle spalle e, a differenza di molti altri,
sanno dove stanno andando e fin dove possono andare. Lontano,
dico io. |