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FRANZ FERDINAND
You Could Have It So Much Better
label: Domino (2005)
genere: pop-rock, garage
riferimenti: Talking Heads, Beatles
links: http://www.franzferdinand.co.uk/
Voto: 3
Eccoli qui, i nuovi, disarmati cavalieri rock del ventunesimo secolo; ecco gli inoffensivi, bellocci guerrieri della new new wave.
Si sente spesso dire che ognuno ha quello che si merita: se nel rock di oggi davvero i Franz Ferdinand fossero il gruppo di punta, o quasi (come delira una rivista seria e attendibile come Rolling Stone), potremmo finalmente mettere una pietra tombale sulla società occidentale, perché la sua maggiore espressione culturale dell’ultimo secolo sarebbe definitivamente andata.
Per fortuna non è così, ma parliamo di questo It could have been so much better: si apre con “The Fallen”, un numerino di pop disordinato talmente vuoto e inconsistente nel suo cercare di replicare la monotonia catchy di “Take Me Out” da lasciare a bocca aperta, purtroppo in senso negativo. Lo stesso accade con “Do You Want To”, che punta tutto su di un finale anthemico alla “Darts of Pleasure”, senza averne l’incisività. “This Boy”, che prosegue le danze (si fa per dire), è una canzonetta garage da due soldi, che chiunque abbia dimestichezza col genere avrà sentito già un migliaio di volte, e 870 l’avrà trovata migliore; c’è poi la ballata vagamente country e un altro paio di singhiozzanti banalità garage, e qualche eco di Beatles in “Eleanor”, canzone pop stavolta graziosa fin dal titolo, e intrigante per l’arrangiamento vagamente minaccioso, ma insufficiente a risollevare la media di un album eufemisticamente mediocre fino alla traccia 6. Ci prova “Well That Was Easy”, con cambi di tempo che forse i più inesperti troveranno sorprendenti, e in verità piuttosto facili per chiunque abbia senno e un po’ di esperienza; “What You Meant”, che segue, ha ancora toni beatlesiani, purtroppo risolti stavolta in tre minuti di pattume genericamente garage.
Quello che resta del disco, tre pezzi, prosegue sulle stesse, monotone corde di cui finora, con un’eccezione, si è detto. Altri cambi di tempo, chitarrine e riffetti, altre ballate “Magical mystery wannabe”, di cui salviamo giusto la citazione dei Rolling Stones nella title-track (It could have been..., ricordate?) e che, nella migliore delle ipotesi, possono ricordare –incredibile ma vero- i Franz Ferdinand del primo album, solo molto meno ispirati e creativi, e nella peggiore evocano nitide visioni di tutto ciò che il gruppo scozzese è veramente: paccottiglia senza valore per giornaletti di moda che intendono il rock come moda e moda vendono, mascherando il tutto da stile di vita rock’n’roll, come se fossimo nel 1974 e John Lydon non ci avesse mai mostrato come, in realtà, ci stavano fregando fin dall’inizio; contorno e tappezzeria per qualche happening milanese; celebrazione del nulla nel locale di Vieri e Gattuso.
E’ possibile che molti compreranno questo disco; è probabile che molti lo ascolteranno comunque. Credo che molti, se leggessero queste righe, mi maledirebbero, stupido musone senza speranza innamorato di roba inascoltabile e molto meno à la page, o più probabilmente non mi darebbero peso, e si getterebbero nelle danze e nella celebrazione di questo mito posticcio, questo fantoccio ricavato ad uso e consumo per tutti quelli che, come me, si sono persi il rock, e che, al contrario da me, vogliono far finta di niente.
Un disco buono per NME, per Rolling Stone, per XL; un disco buono per chi si beve qualunque cosa gli venga servita nel bicchiere patinato della new sensation; buono infine per qualche fratellino minore, che è pur sempre meglio degli Articolo 31.
Chi ha orecchie intenda, e gli altri comprino pure questo disco.
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  ottobre 2005
 
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