In tutta la loro attività
i F.S.O.L. hanno sempre spiazzato l’ascoltatore proponendo
dei lavori che si sono sempre differenziati dal precedente
optando ora per la trance come nel caso di Accelerator,
oppure per la electro più dolce e gentile come nel
caso del doppio Lifeforms. L’album in questione invece
è un concentrato di violenza sonica che ci assale
senza tregua sin dalla prima traccia dove l’aspetto
fisico del suono viene messo in evidenza ricacciandoci in
un angolino mentre increduli ed attoniti ci vengono proiettate
da G. Cobain e B. Dougans quelli che sono i nostri incubi
le nostre “città morte” che nella seconda
traccia, omonima al titolo dell’album, ci avverte
con un samples preso da Dick Verbatim che “è
stato ucciso l’uomo che voleva ucciderci”.
Inutile far finta di niente, questa frase ci tormenterà
per tutta la durata dell’album, e quando crederemo
di trovare in mezzo a tanto livore un momento di tranquillità
sebbene sapremo di essere circondati ecco arrivare “We
have Esplosive” che ci sbatterà in faccia,
o meglio ci ricorderà, che difficilmente troveremo
durante l’ascolto altri momenti di pace e/o quieta
siderea, in quanto gli stessi verranno spazzati via senza
pietà per evitare che rifugiandoci in essi potremmo
dimenticare il triste destino ai quali siamo indirizzati
dall’ascolto dell’album. Vengono quindi evocati
e rappresentati tutti gli aspetti più negativi che
l’attuale società ipertecnologica sta producendo
frustrazioni, fobie, immaturità, che pian piano si
sono sostituiti al buonismo anche di facciata che fino ad
oggi conoscevamo.
Lo stesso lirismo che ascoltiamo in Everyone In The World
Is Doing Something Without Me sa tanto di colonna sonora
funerea e tragica che prelude a quella My Kingdom dove il
flauto di Morricone si inserisce nel contesto a ricordarci
oramai che la resa dei conti è già stata fatta
e che dovremo volendo o nolendo subire l’abrasività
di questi suoni che dall’inizio non fanno altro che
lasciare ferite aperte senza che sia possibile sottrarsi
Non illudiamoci, poi, che nelle note di Max sia possibile
trovare uno spiraglio di luce in quanto esse altro non sono
che un palliativo simile a quanto come se fossimo ammalati
chiediamo dell’acqua e ci viene offerto in vece solo
un cucchiaio sapendo che questo cucchiaio non ci servirà
ad alleviare i nostri dolori. Anzi con il passare del tempo
l’album pur mantenendo il suo aspetto violento e senza
scrupoli cercherà di darci un primo colpo di grazia
con Quagmire la cui jungle non farà altro che aprire
ancora di più le ferite precedentemete aperte che
come risultato finale ci lasceranno a terra esausti mentre
iniziano le note che, a conclusione logica di un percorso
irto e cruento, ci riveleranno che forse noi siamo First
Death In The Family.
Prepariamoci quindi a lasciare da parte tutte le nostre
convinzioni e tutto il nostro sapere in quanto nella città
morte niente di quanto già conoscevamo musicalmente
parlando ci potrà più servire e la nostra
condizione fisica e mentale farà si che comunque
non rimpiangeremo quello che quest’album, nella sua
lucidità aspra e visionaria, ci ha costretto di dimenticare
ed abbandonare. |