recensione recensione discografia review recensione biografia recensioni recensione articolo monografia buy order online oggetto: recensione
 
FUTURE SOUND OF LONDON
Dead Cities
label: Virgin
formato: CD
genere: electro
riferimenti: Autechre, Aphex Twin
voto: 8.5

In tutta la loro attività i F.S.O.L. hanno sempre spiazzato l’ascoltatore proponendo dei lavori che si sono sempre differenziati dal precedente optando ora per la trance come nel caso di Accelerator, oppure per la electro più dolce e gentile come nel caso del doppio Lifeforms. L’album in questione invece è un concentrato di violenza sonica che ci assale senza tregua sin dalla prima traccia dove l’aspetto fisico del suono viene messo in evidenza ricacciandoci in un angolino mentre increduli ed attoniti ci vengono proiettate da G. Cobain e B. Dougans quelli che sono i nostri incubi le nostre “città morte” che nella seconda traccia, omonima al titolo dell’album, ci avverte con un samples preso da Dick Verbatim che “è stato ucciso l’uomo che voleva ucciderci”.
Inutile far finta di niente, questa frase ci tormenterà per tutta la durata dell’album, e quando crederemo di trovare in mezzo a tanto livore un momento di tranquillità sebbene sapremo di essere circondati ecco arrivare “We have Esplosive” che ci sbatterà in faccia, o meglio ci ricorderà, che difficilmente troveremo durante l’ascolto altri momenti di pace e/o quieta siderea, in quanto gli stessi verranno spazzati via senza pietà per evitare che rifugiandoci in essi potremmo dimenticare il triste destino ai quali siamo indirizzati dall’ascolto dell’album. Vengono quindi evocati e rappresentati tutti gli aspetti più negativi che l’attuale società ipertecnologica sta producendo frustrazioni, fobie, immaturità, che pian piano si sono sostituiti al buonismo anche di facciata che fino ad oggi conoscevamo.
Lo stesso lirismo che ascoltiamo in Everyone In The World Is Doing Something Without Me sa tanto di colonna sonora funerea e tragica che prelude a quella My Kingdom dove il flauto di Morricone si inserisce nel contesto a ricordarci oramai che la resa dei conti è già stata fatta e che dovremo volendo o nolendo subire l’abrasività di questi suoni che dall’inizio non fanno altro che lasciare ferite aperte senza che sia possibile sottrarsi
Non illudiamoci, poi, che nelle note di Max sia possibile trovare uno spiraglio di luce in quanto esse altro non sono che un palliativo simile a quanto come se fossimo ammalati chiediamo dell’acqua e ci viene offerto in vece solo un cucchiaio sapendo che questo cucchiaio non ci servirà ad alleviare i nostri dolori. Anzi con il passare del tempo l’album pur mantenendo il suo aspetto violento e senza scrupoli cercherà di darci un primo colpo di grazia con Quagmire la cui jungle non farà altro che aprire ancora di più le ferite precedentemete aperte che come risultato finale ci lasceranno a terra esausti mentre iniziano le note che, a conclusione logica di un percorso irto e cruento, ci riveleranno che forse noi siamo First Death In The Family.
Prepariamoci quindi a lasciare da parte tutte le nostre convinzioni e tutto il nostro sapere in quanto nella città morte niente di quanto già conoscevamo musicalmente parlando ci potrà più servire e la nostra condizione fisica e mentale farà si che comunque non rimpiangeremo quello che quest’album, nella sua lucidità aspra e visionaria, ci ha costretto di dimenticare ed abbandonare.

invia la tua recensione Gianluca D'Amato
  giugno 2004
 
TOP