I Giardini di Mirò sono,
a mio avviso, il miglior gruppo della scena alternativa italiana.
Dopo poco più di un lustro di attività, eccoli
stampare una raccolta dal titolo quanto meno stravagante,
che racchiude i primi lavori della band, ovvero, come dice
espressamente Jukka Riverberi nelle note interne al digipack,
“Hits for broken hearts and asses is a polaroid of gdm’s
youth”. Effettivamente il suono dei GDM è oggi
maturato.
L’ultimo “Punk… not diet!” li ha proiettati
verso nuovi orizzonti, con dei suoni decisamente più
curati, alla ricerca di una veste pop, senza mai abbandonare
quelle trame musicali che li contraddistinguono da sempre.
Questo cd ci riporta alle origini, quando i suoni delle chitarre
erano ruvidi e le tracce erano esclusivamente strumentali.
Eppure, la dolcezza che si respira ascoltando brani come “Juicefuls”
e “Dancemania” lascia senza parole, trasportandoti
in una dimensione onirica da cui non vorresti mai tornare.
La bravura dei GDM è quella di saper unire il suono
di una chitarra tagliente con quello soffice di un violoncello
o un violino, come in “Tom (ahawk) Cruise”, oppure
alle calde note di un sax o di una tromba, come nel caso di
“Penguin Serenade”, già nota ai conoscitori
di “Rise and Fall Of Academic Drifting”. La ritmica
in canzoni come “Pearl Harbor”, “Song 4”
o “Città di Vetro” è un crescendo,
fino a diventare serrata, quasi claustrofobica e chitarre
fragorose tessono melodie che mai si perdono nel noise armonico
che riescono a creare. Il paragone con i Mogwai o GYBE, sarebbe
fin troppo facile ed ingeneroso.
L’ascolto delle loro canzoni non lascia indifferenti,
non fa pensare ad una copia sbiadita. Pur traendo ispirazione
da questi gruppi, hanno la capacità di sapere trasformare
emozioni in musica, sanno comunicare, sono vivi.
I Giardini di Mirò sono oggi un patrimonio importante
che non possiamo trascurare, anzi, abbiamo l’obbligo
di seguire, perché a goderne saranno i nostri cuori. |