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GREG ASHLEY
Medicine Fuck Dream
label: Birdman Records
formato: CD
genere: indie, lo-fi rock
riferimenti: Syd Barrett, Graham Coxon
voto: 8.5
Oilà, ho Greg Ashley tra le mani, un disco che francamente ho desiderato e che si è guadagnato la pole position del mio cuore quando era ancora su carta: ottime recensioni delle riviste, un padrino illustre quale Greg Dulli degli scomparsi Afghan Whigs, i costanti riferimenti all'ancor più dolorosamente scomparso Syd Barrett e ad un certo folk-esistenzialismo lo-fi, ma soprattutto un messaggio riportato sul sito della Birdman Records, firmato dai signori Ashley, che, in un approssimativa traduzione fa: "Ci sentiamo imbarazzati che la parola FUCK sia associata direttamente al nome Greg Ashley in Internet. Milioni di persone possono vedere la madre di tutte le parolacce associata al nostro nome. Per un decennio hai urlato chiaro che di essere l'unico dittatore del tuo destino. Dovevi davvero divorziare da noi e dai nostri standard di vita per essere indipendente? Noi non crediamo. Ti ameremo sempre bene ma non dobbiamo amare quello che fai Con amore, Mamma e Papà." Ecco, secondo me sotto molti aspetti questo evento, del tutto estemporaneo e al limite del grottesco in un 2000-e-più, dà una descrizione estremamente profonda del disco. Un disco che parla di storie d'amore, ma con lo spirito della cameretta, di chi racconta le proprie disgrazie mentre la mamma, di là, cucina gli gnocchi, o chissà qual pasticcio texano, di chi pazzeggia in camera con la chitarra mentre il babbo si chiede come mai non se ne stia giù a falciare il prato. Forse questa considerazione è una sciocchezza che dovrei andare ad elaborare nel mio personale, con un occhio fortemente autobiografico, ma secondo me va a potenziare lo spirito fortemente lo-fi del lavoro.
Ma non è finita, perché il contenuto del disco si rivela altrettanto allettante. Si parte tra clangori jazzy e risatine stridule e divertiti di una delle tante lei cha faranno capolino tra i solchi di questo lavoro, e subito vi si innestano un solenne piano sommerso dal suo stesso riverbero ed un cantato a mezza voce, che un effetto tremulo rende tanto lontana e al tempo stesso avvolgente. E ci si trova in una dimensione nuova, sospesa ed ovattata, dove "Karen loves Kandy and we love fun".
Già qui sono evidenti i due elementi portanti di tutte le canzoni a seguire: da un lato l'attitudine lo-fi e slacker, fatta di atmosfere rilassate e sognanti e di una psichedelia sul piano concettuale oltre che su quello sonoro; dall'altro, in opposizione ai tratti somatici della recente ondata antifolk (sopra tutti, per sempre i grandissimi Moldy Peaches), un gusto negli arrangiamenti e delle soluzioni armoniche decisamente raffinati e superiori alla media. Ed è proprio il perfetto equilibrio fra questi due elementi, spesso storicamente in contraddizione tra loro, che rende magico il disco: non si capisce bene se si ha a che fare con giochetto per bambini di sofisticatezza superiore, o con un sontuoso affresco di tematica scherzosa. La successiva "Medicine Fuck Dream" prende ancora il largo da sicuri porti folk, che ricordano da vicino tanto Nick Drake quanto i primi lavori da solista del prolifico Graham Coxon, per poi culminare in un bridge di alta emotività, che recita: "I am the gun sunk over in disgrace/ You are the one to trust in naked friend/ You are the perfect skin to bore me till the end". Anche qui ci si trova di fronte ad un'inversione di rotta rispetto alle consuete scelte lo-fi: le tematiche sessuali non sono descritte nella loro crudezza, ma tinteggiate con una grazia ed un gusto che di questi tempi è davvero difficile rintracciare in ambito indie.
Le canzoni immediatamente successive hanno entrambe l'andamento del sogno: la scabrosa "Mona Rider", che racconta di un amore consumato con gioia e reso malato dalla sua stessa impossibilità, con il triste finale "And you know it was so touching then,/when all you touched was me/and I fear some day that all I'll be/is memories of things you made me see"; Deep Deep Down invece si muove ipnotica, e come il titolo stesso, accompagna l'ascoltatore in un lento sprofondare sotto la terra, sotto il mare, sotto le pesanti coltri del sonno.
Di qui si risale in superficie con un classico country di Hank Williams, "Lost Highway", stravolta ancora una volta dall'indefinitezza sulla voce e da un distante tintinnare metallico. Quello che abbiamo di fronte però non è più lo stesso Texas, ma uno lontano miglia e miglia da quello descritto e stilizzato dal country: sembra di essere una Dorothy catapultati dal Kansas nello stralunato regno di Oz. Squarci di sole che rimangono anche nelle successive "She", nell'andamento anni 20 di "I said "These are lonely days"" e nello svarionato rock 'n roll da prateria di "Apple Pie and Genocide", che, fin dal titolo, si fa beffa dell'americanissimo spacconismo da provincialotto ("so I want on and bought a gun jopined the war like any good son, an i killed all I could kill as the army sung").
Chiudono il disco due capolavori. La prima, "Legs Coca Cola" è la rilassatezza fatta canzone, il pigro dondolare appesi alle nuvole; qui è impossibile non pensare al primo Syd Barrett, quello dei Pink Floyd di "Scarecorow", con cui la canzone in questione condivide lo stesso clima di sollazzo campestre. La seconda "Lisa Lisa" è invece il Barret solista, quello di Opel, meno nervoso, più chilled out, ma con tanti spigoli oscuri e bui, relegando tutto in uno spazio senza tempo ("we fell in love that way a million years ago" sembra la "distant shore" di Opel) e destinandolo a galassie infinitamente lontane.
Insomma, un disco magico, in cui Greg Ashley riesce a rievocare amori e sofferenze, tensioni familiari e clichè provinciali, filastrocche e ninne nanne e a spedirli dritti in orbita, lontano da qui all'inizio, o alla fine, di una strada di mattoni d'oro.
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  maggio 2004
 
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