| Lo scorso Gennaio Jimmi Lawrence,
chitarrista degli Hope Of The States, è scomparso prematuramente
mentre la sua band era in studio di registrazione a dare gli
ultimi ritocchi al proprio disco d’esordio: Simon Jones
spiega alla rivista Jam che “Avevamo già finito
il disco quando è accaduto, eravamo in fase di mixing,
quindi non posso dire che abbia influenzato direttamente la
musica e le atmosfere del disco. Certo è stata una
disgrazia terribile, ma allo stesso tempo ci ha dato delle
motivazioni incredibili, ha fatto in modo che ci concentrassimo
ancora di più su questa band, che era ciò che
ci legava a Jimmi. In fondo penso che il fatto di aver pubblicato
questo disco sia il miglior omaggio che potessimo fargli”.
Stando agli Hope of the States la tragedia non ha dunque
influito sul prodotto finale eppure, ascoltando queste dodici
canzoni, mi è sembrato quasi di poter sentire un
presagio di morte, di inquietudine diffusa, cominciando
con l’ottimo pezzo strumentale che dà il là
a “The Lost Riots”, un concentrato di disperazione
colma di rabbia e, a tratti, di triste disillusione.
Questi cinque ragazzi sono giovanissimi e sono certo che
ognuno di voi resterà colpito dalla loro incredibile
maturità; suonano un po’ psichedelici, un po’
sperimentali, un po’ pop, ma senza dubbio ogni collocazione
sarebbe troppo restrittiva e severa per un gruppo che non
ha mai paura di dire la sua: vi basti sapere che nei loro
primi concerti amavano presentarsi sul palco con una divisa
militare, carichi di rabbia e di cose da dire, le stesse
cose da dire che hanno cercato di esprimere, a tratti davvero
magistralmente, nel loro album.
Una prima considerazione mi porta a credere che il periodo
della fioritura di nuove band esteticamente perfette ma
molto povere in quanto a contenuti stia definitivamente
tramontando: gli Hope of the States hanno dimostrato di
saper parlare poeticamente di tutto ciò che fa lacrimare
gli occhi degli uomini.
E allora veniamo all’album. Ci sono canzoni che sembrano
provenire dallo spazio aperto come la magnifica “Me
Ves Y Sufres”, altre che rispettano i classici canoni
del cantautorato acustico come “Sadness On My Back”,
altre ancora, e sono le migliori, che parlano della disperazione,
dell’inquietudine, dello spleen (per dirla a là
Baudelaire). E’ proprio con lo spleen che i nostri
sanno giocare meglio: in quel gioiello pop che è
“Black Dollars Bills” cantano “No one
hopes for anything / When there’s nothing at all”
per poi lanciarsi in un pianto disperato fatto di chitarre
elettriche, in “Nehemiah” si rivolgono al fuoco
amico dicendo “Friendly fire, burn the liars, don’t
feel like you’re alone / Let them all hide behind
their flags and old lies”, nella cupa “66 Sleepers
To Summers” chiariscono di non essere in grado di
fare i leader, mentre nella splendida “Enemies/Friends”
emerge il loro autentico spirito battagliero (ricordate
le divise militari?): “All the money in the world
won’t save you / we’re coming home / All the
prisons that you build won’t hold us / Just let us
go”, un appassionato urlo per ottenere la libertà,
da tutto.
Sanno scrivere, questo lo abbiamo capito, ma vi assicuro
che sanno anche suonare: in alcune canzoni stupiscono per
gli effetti che riescono a creare con i loro strumenti,
in altre ricordano gli Smashing Pumpkins, quando lasciano
che le proprie chitarre si sfoghino libere da ogni vincolo;
accanto, poi, c’è sempre la voce, capace di
leggere ed esprimere ogni stato d’animo.
Con gli Hope of the States ci troviamo di fronte ad un
gruppo molto delicato: hanno ampiamente dimostrato di saper
far vibrare alcune corde dell’anima, hanno dimostrato
di saper dare un’immagine poetica al disagio, hanno
dimostrato di saper essere una band politicamente scorretta.
Ora devono dimostrare di sapersi mantenere integri, puri,
devo saper uscire indenni dal successo. Teniamoli d’occhio
perché, se tutto va come dovrebbe andare, il loro
secondo album potrebbe essere ascritto nella lista dei capolavori. |