recensione recensione discografia review recensione biografia recensioni recensione articolo monografia buy order online oggetto: recensione
 
INTERPOL recensione INTERPOL INTERPOL
Antics
label: Extra Labels (2004)
formato: CD (10 tr. 41:23)
genere: indie rock
riferimenti: British Sea Power, Chameleons, Kitchens of Distinction, Echo & the Bunnymen
links: http://www.interpolny.com/
voto: 8
Accendi le chiare luci”: quell’emblematico titolo suona oggi come una promessa mantenuta. Gli Interpol tornano sulle scene evolvendo ogni piccola sfumatura del loro microcosmo musicale, evitando saggiamente di ripetere le formule dell’esordio, scelta che senza alcun dubbio fa già guadagnare punti al quartetto di New York. Un nuovo colore sullo smalto vecchio: è il bianco di Antics.
Apertura solenne, dall’ incedere sacrale e cerimonioso: “Next Exit” emana chiarori come nessuno avrebbe immaginato, limpidezza nel nascondere un testo che si fa preghiera sofferta, celebrazione. Ci sono imprevedibili rimandi sixties, e l’Hammond, riscoperto come strumento portante in tutto Antics, ammanta d’oro ogni singola nota. Una introduzione magniloquente e mesta nella stessa circostanza. Segue il suono conciso e potente di “Evil”, sorretto da una linea di basso la cui efficacia sarà ricordata per sempre, sin dal primo ascolto. Ed è già classico, nell’incipit del ritornello (irresistibile!) viene espressa la perfezione e potenza del nuovo corso, la scarnificazione dell’arrangiamento in favore di un approccio primordiale alla struttura dei brani, supportati dall’inconfondibile timbro vocale di Paul Banks, che qui assurge definitivamente al ruolo di carismatico leader. Il disco è chiaramente strutturato in due parti: una sezione tiratissima, che include, oltre alle prime due già citate, anche la notevole NARC (cambi d’atmosfera che raggiungono gli stili più disparati, dall’epicità dei primi U2 al reggae rock di Police e Clash, per concludere con il miglior crescendo che gli Interpol abbiano mai concepito: intensità ai massimi vertici, e il tutto in soli quattro minuti e mezzo!!), passando per il nuovo inno “Take you on a Cruise”, di toccante bellezza, culminando con la brillante e danzereccia “Slow Hands”, post-punk energico e geometrico dal ritornello sì banale quanto incisivo: ottima mossa usarlo come spartiacque tra i due insiemi di brani nella scaletta di Antics, giacchè a seguire troviamo composizioni più cupe e dimesse, in alcuni casi meditative (gli angoscianti cambi umorali di “Public pervert”, splendido viaggio dai toni chiaroscurali che dimostra chiaramente gli intenti da parte del gruppo di mettersi in gioco sia a livello sonoro che in quanto a scrittura). Si staglia su tutte la freschezza di “C’mere”, una canzone dal sapore retrò eppure assai attuale, dalla spiccata attitudine melodica e linearità pop, che probabilmente rimane l’immagine più evidente di come gli Interpol siano voluti approdare con fermezza in territori che un tempo parevano lontani dal loro stesso punto di vista musicale, senz’affatto compromettere lo stile, giunto anzi ad ulteriore maturazione. L’umiltà di cambiare pelle già al secondo disco, senza appellarsi al fatidico “battere ferro finchè è caldo” li premia con un risultato eccezionale sotto molti aspetti (come il suono, meno pastoso e più secco del precedente disco). Laddove la perfezione risulti essere ben lontana è solo perché Antics è un piccolo –ma importante- passo nell’evoluzione dei quattro newyorkesi: qualcosa di non chiaramente messo a fuoco, eppure così granitico, e intelligente, e ancora una volta romantico, anche se la posa non è più la stessa. La classe che denota la musica (così come l’immagine) di Banks e soci sarebbe dovuta essere, a detta dei detrattori, un fuoco fatuo. Beh, così non è stato, e se è vero che gli Interpol sono al confine tra l’underground e l’hype, quel confine verrà varcato con Antics: finalmente, dopo molti anni, qualità + successo andranno di pari passo, nella speranza che la lezione venga presa in esempio.
Ed è così che, ancora una volta, con gli Interpol una città come New York ci prende per mano, facendoci riscoprire il sublime delle sue vicende urbane e notturne, con le sue mille luci sbavate dalla disillusione di amori contorti, diversi, infelici. Questo continuo perdersi, e poi ritrovarsi nella metropoli, questa volta con un senso di quieta consapevolezza, è il volto di Antics.
invia la tua recensione Giovanni Coialbu
  ottobre 2004
 
TOP