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ISOLATION YEARS
It’s Golden
label: Stickman Records (2003)
formato: CD (11 tr.)
genere: indie rock, indie pop
riferimenti: Motorpsycho, Ron Sexsmith, Cosmic Rough Riders, The Thrills.
links: http://www.isolationyears.com
voto: 9
Sempre Svevia, ormai sembra la terra promessa dell’indie rock e come se non bastassero i nuovi gruppi in circolazione ecco un altro caso in stile Radio Dept.
Praticamente sconosciuti in gran parte d’europa, gli Isolation Years hanno già 2 album alle spalle dal 2001 e godono di un culto incredibile nella loro terra e in Germania, inspiegabile il fatto che solo ora si sia mossa qualche altra etichetta per far conoscere questo disco… mah proprio inspiegabile non sarebbe corretto dirlo visto che la Stickman Records è la casa discografica dei Motorpsycho.
Già i Motorpsycho, questo al primo ascolto sarebbe l’unico riferimento che viene in mente, quelli degli ultimi due album intendo, quelli a spasso tra i ’60 e i ’70 lungo le coste della california dove il loro suono sembra essersi addolcito.
L’apertura è con Let’s Step aside ballata malinconica in stile alt-country dove l’intreccio voce, cori e chitarra acustica crea un’atmosfera malinconica, tocca però a Frosted Minds dare una scossa e mostrare le prime similitudine con la band norvegese, canzone che non avrebbe sfigurato in Phanerothyme anche se qui l’elemento che spicca maggiormente è l’incredibile somiglianza alla voce di Ron Sexsmith, quello dei pezzi meno introspettivi e più vivaci.
It’s Golden ha un taglio più britpop e non stupisce che sia un singolo che ha riscosso molto successo e passato in heavy rotation per la MTV locale, in I’m Not Myself lo spettro di Ron Sexsmith continua ad aggirarsi ma il suono è in perfetto stile Thrills, gruppo con cui ha in comune l’amore per un certo pop west coast tanto semplice quanto accattivante.
Sembra tutto fin troppo lineare ma Open Those Eyes rimescola le carte e spiazza per bellezza, un electro-pop esemplare come se Rem e Ultravox fossero entrati nello stesso studio di registrazione, unione difficile da spiegare ascoltata di recente solo in alcuni episodi dell’ultimo album di Maximilian Hecker, innegabile la voglia di premere il tasto repeat all’infinito.
Dai toni più folk di Say Oh Say e Three-Minute Convert con alcune incursioni nell’alt-country si ritorna alla west coast con Don’t Remind Me con la stessa leggerezza degli Shins di Oh Inverted World, nulla a confronto dell’intensità di Preacher/Songwriter capolavoro dell’intero album, qui gli Isolation Years danno sfogo a tutta la loro inventiva in 6 minuti sognanti dove condensano tutto quello mostrato nei precedenti pezzi, con un finale ricco di arrangiamenti dove il piano si insinua in una trama dai sapori prog in stile Spring.
Si arriva alla conclusiva Naked Natives che nulla aggiunge e nulla toglie all’intero lavoro, una ballata con echi alla radiohead (quelli più melodici) fin troppo perfetta e lineare con quei fiati malinconici che preannunciano la fine del disco.
In attesa del nuovo dei Motorpsycho, per chi non toglie dal lettore l’ultimo dei Thrills e per chi ha ascoltato molti lavori della Poptones di Mcgee questo è il disco adatto…un’altra dimostrazione che negli ultimi anni il perfetto indiepop proviene solo dal Nord europa e non costruito a tavolino in qualche studio a Londra.
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  dicembre 2004
 
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