| “Conqueror” dei Jesu è inopinato (e perciò ancor più gradevole), splendido, viscerale, sofferto, imprescindibile manifesto contemporaneo di elusive e suadenti forme di art-rock in grado di generare stati di autentico trasporto mentale. Nessun dubbio al riguardo. Certo, non chissà quali novità rivoluzionarie: che so, cose tipo un’Italia in cui le riforme istituzionali non venissero contrabbandate dai politici come merce di scambio (…che la sorpresa potrebbe farci restare male); non un Paese che all’improvviso facesse terra bruciata di benpensanti (la qual cosa, in fondo in fondo, toglierebbe una ragione d’orgoglio a chi non lo è); non, insomma, un cataclisma di eventi nuovi che possano sconvolgere, d’un solo colpo, le fondamenta della società e, con esse, del rock indipendente. Nulla di tutto ciò. La musica dei Jesu non sperimenta nuovi codici sonori, muovendosi piuttosto sui terreni già percorsi dal meglio delle band appartenenti al coacervo feedback/space/(post)shoegaze di questi ultimi lustri; e pur nonostante alla nuova formazione di K. Broadrick (si, proprio lui: un passato da adepto del doom nei Napalm Death, Godflesh e Techno Animal) non possano essere attribuiti grandi meriti dal punto di vista dell’inventiva, il risultato finale, a tratti sbalorditivo, con cui Jesu irrompono sulla scena è davvero degno di lode. Otto brani – la cui durata media si aggira sui 6-7 minuti – frutto di armoniose derive lunari e sobbalzi elettrici eruttivi produttivi di una musica ammaliante e malata mai così distante dal recente passato musicale del nostro. La title-track, “old Year” e “transfigure”, magico trittico d’apertura, aprono le danze tra tappeti elettrici shoegaze, tastiere space e melodie ancestrali. Il passato, fatto di pesanti riff, è sempre lì, dietro l’angolo, ma dosato e posto al servizio di strutture armoniche dilatate (“weightless & horizontal”). “brighteyes”, tra Slowdive, Mogwai e Sigur Ros, è ragione inscindibile di estasi e tormento, fucina di remoti e indicibili sentimenti umani. Non meno intensità emotiva è, poi, in “mother earth” e nella conclusiva “stanlow”, estremo abbandono di un viaggio tra nuvole e campi sterminati, al di là dei valloni del suono, oltre il dominio dei sensi. |