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oggetto: recensione |
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JOE STRUMMER & The Mescaleros
Streetcore |
label: Epitaph (2003)
formato: CD
genere: rock
riferimenti: Social Distortion, The Pogues, Big Audio Dynamite, Johnny Thunders
voto: 7 |
Scrivere di questo disco, per un innamorato cronico dei Clash, non è affatto semplice. Trovarsi, poi, a doverlo affrontare quale testamento di Joe Strummer (che dei Clash n'è stata sicuramente l'anima) fa sorgere rammarico e commozione, rendendo l'impresa ancora più ardua.
Allora perché non stare zitto e lasciare questa pagina in bianco? Per esorcizzare qualche fantasma e per tributare il dovuto omaggio ad un album che, benché non sia un capolavoro, ci restituisce il guerrigliero sandinista a pieno regime, con mezzo secolo sulle spalle, nel momento in cui sembrava avesse (ri)trovato la direzione da seguire, grazie soprattutto ai suoi nuovi fedeli compagni d'avventura Mescaleros (ristabilendo l'antica alchimia).
Streetcore è rock stradaiolo della migliore tradizione, nonostante l'accuratezza con la quale sono stati trattati suoni e arrangiamenti. Una cura quasi palpabile che non intacca per niente l'onestà, il calore e la delicatezza di un disco vigoroso e fragile al tempo stesso, carico di speranza, facendo emergere, invece, una realtà fondamentale: siamo di fronte ad un lavoro compiuto e non un'informe accozzaglia di materiale assemblato nel migliore dei modi. Persino Midnight Jam (che in tal senso potrebbe far storcere il naso, essendo uno strumentale sul quale sono stati adattati i campionamenti della voce di Joe, estrapolata da alcune trasmissioni radiofoniche) con il suo fluire quasi narcotico, nonostante l'incedere in crescendo, risulta essere un brano intenso e sincero, e assolutamente rispettoso nei confronti del leader scomparso.
Rock che nasce nelle strade: quelle strade percorse in lungo e in largo da Joe in giro per il mondo, alla ricerca di quel qualcosa che forse non avrebbe mai trovato (ma che rendeva unico il suo cammino). Così, se Coma Girl batte il sentiero già tracciato dai Clash con il suo andamento lento/veloce, connotato dall'alternarsi dell'amato e familiare reggae ad un lanciato rock chitarristico, Get Down Moses lascia intravedere nuove biforcazioni con le sue dilatate atmosfere dub colorate da sfumature elettroniche mai invadenti e da riff di chitarra che rimandano ad aridi vasti paesaggi americani.
Arms Aloft e All in a Day sono due tracce rock piuttosto stereotipate ma che graffiano e incidono, ritrovandosi a un crocevia nel quale confluiscono sonorità odierne per una nuova, riuscita commistione di elementi. Ramshackle Day Parade e Burning Streets sono due ballate che seguono la scia (anima gospel e struttura che ricorda gli U2 di The Joshua Tree per la prima, riverberi e dolce contrasto elettro-acustico per la seconda).
Rock da strimpellare per le strade. E chi più strimpellatore (Strummer) di Joe che nei giorni degli esordi era un menestrello nelle stazioni della metropolitana londinese? Ascoltare Silver and Gold, Redemption Song e Long Shadow per credere. Silver and Gold (cover di un vecchio brano di Bobby Charles) è un inno alla vita in cui predominano armonica e violino, oltre che la voce. Redemption Song è la canzone di Joe scritta da un profeta giamaicano negli anni in cui i Clash conquistavano il mondo, il dovuto omaggio all'incontrastato re di quel reggae che tanto ha influenzato la vita/carriera del rocker combattente. La ruvida (eppur calda e avvolgente) voce di Joe, accompagnata solo da chitarra e dall' "intromissione" dell'organo a fare da tappeto sonoro, raggiunge qui il suo apice. Infine il folk di Long Shadow (inizialmente pensata per Johnny Cash) che rappresenta a tutti gli effetti il testamento dell'ex Clash. L'ultimo lascito di un uomo totalmente rock and roll. E la tua ombra, caro Joe, definisce i contorni di una lunga sagoma immortale che attraversa il passato e il presente, proiettandosi nel futuro. |
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