| Josh Rouse è uscito dalla
macchina del tempo che lo aveva portato dritto nel 1972, egregiamente
cantato nel suo ultimo disco, per omaggiare la sua patria
con un album intitolato semplicemente “Nashville”:
ne è passato di tempo dal suo esordio targato 1998,
molta acqua è corsa sotto i ponti, ma sembra che Josh
abbia raggiunto la meritata attenzione soltanto due anni fa,
come se finalmente il mondo della musica avesse aperto e gli
occhi e si fosse reso conto delle doti di questo chansonnier
del Tennessee. Il discreto successo di “1972”,
diciamolo subito, non sembra aver sortito alcun effetto sul
sound del cantautore che con i dieci pezzi del nuovo “Nashville”
continua a percorrere una strada lastricata di pop d’autore,
raffinato, una via sulla quale sembra trovarsi particolarmente
a proprio agio. Molte canzoni, come l’iniziale “It’s
The Nighttime”, dolce e decisa, classica e orecchiabile,
sembrano la logica prosecuzione dello scorso lavoro, una prosecuzione
presente anche nella bella impalcatura di “Winter In
The Hamptons” piuttosto che nella delicata “My
Love Has Gone”: parliamo di chitarre acustiche ed elettriche
(dolci), di batteria velata e di qualche fiato a fare da cornice
alle atmosfere.
Ad onor del vero non tutto è semplice imitazione
della gloria precedente, i pezzi particolari e degni di
nota ci sono e sanno farsi valere: l’allegra e particolare
“Carolina”, la seguente “Middle School
Frown” che mette in risalto la voce dell’autore,
la triste “Sad Eyes”, un incontro tra voce e
pianoforte che vince per semplicità ed atmosfere
quasi irreali e “Why Won’t You Tell Me What”,
che ci riporta dritti in un bar degli anni sessanta.
Quello che abbiamo di fronte è un autore che in
passato ha già dimostrato ampiamente il proprio valore,
la propria cultura musicale e la propria capacità
di inventiva nel campo di melodie raffinate e coinvolgenti:
“Nashville” è un altro tassello da aggiungere
alla ricerca del disco pop perfetto, un disco da cercare
incessantemente perché, potete giurarci, Rouse lo
saprà sfornare. D’altra parte va però
sottolineata la mancata capacità di fare un deciso
passo avanti rispetto al precedente “1972” che,
rapportato al buon disco che abbiamo tra le mani, resta
un gradino più in su verso la perfezione. Alla prossima
Josh. |